2015/04/21

Titì Scucces, un gentleman Ibleo Farmer-allevatore

SCUCCES

Una azienda, una realizzazione, un incanto



                                       Ai (Armonia)

                                                     di Gino Carbonaro


Caro Titì,

Hai invitato me e Claire a visitare la tua azienda. Ma, tutto avremmo potuto immaginare, tranne che entrando in questa realtà di sogno avremmo trovato un pezzo di Sicilia che pensavamo non potesse più esistere. 

Una campagna immensa, che si estende a vista d’occhio, recintata per chissà quanti chilometri. Una natura incontaminata, con vegetazioni arboree e prati ricchi di erbe e fiori della macchia mediterranea. Panorama mozzafiato dal quale si intravvede il mare in lontananza. Un silenzio da incanto. Un profumo di natura, da favola. E animali vaganti, sereni, salutivi, i tuoi bovini, di una bellezza 
e di una dolcezza incredibile.

I nostri occhi non si saziavano di guardare. Ora, era il cielo incredibilmente azzurro e sereno, di una bella mattina di primavera. Ora il flebile movimento dell’aria che faceva muovere le foglie degli alberi, ora la frescura dell’acqua ove si abbeverano gli animali. Tutto incredibilmente sereno. L’atmosfera? Da Arcadia antica.   

Ed è in questo contesto che tu allevi le tue mandrie di bovini. Bovini da carne che qualcuno avrebbe potuto chiudere, imprigionare in un recinto, mettere all’ingrasso artificialmente, ma che tu invece fai vivere liberi: liberi gli animali, incontaminata la campagna, per realizzare una sorta di circuito che parte da Madre Terra che dona la vita, passa all’animale che si nutre e restituisce poi ancora il suo ritorno alla terra, in una sorta di ciclo perpetuo naturale.

Fu allora che richiamai alla mia mente il concetto di “Armonia”. E’ fu illuminazione alla quale sono pervenuto proprio in questa occasione, ammirando estasiato questa azienda agricola, questo gioiello di intelligenza e di attenzione, che è forse la cosa che più ti sta a cuore e contribuisce a dar senso alla tua vita. Perché proprio tu, amico mio, hai realizzato quello che per tanti altri è un sogno e per te è invece l’espressione della tua filosofia della vita, del tuo rapportarti con il mondo, con gli altri secondo tuoi inderogabili, nobili e convinti principi che io chiamo valori.

E posi, ricordo bene, questa tua realizzazione sullo stesso piano dell’altra tua creatura che è il Teatro Donnafugata di Ibla. Teatro, l’uno, dove si ascolta musica e bel canto, ma dove tutto è gestito e realizzato secondo una grazie e una logica che sono figlie della Armonia, e subito dopo (o prima?) Azienza Agricola dove tutto ha le connotazioni della musica, dove il concerto è offerto dalla natura e tu ne sei il Direttore.

Questo mi trovai a dire, perché  in entrambe le tue realizzazioni io ho rilevato un comune denominatore che è il principio dell’Armonia. E tu, l’uomo, che sei alla base di tutto. Qui, da queste realizzazioni io deduco la tua filosofia dell’esistere. La sua intelligenza. La tua sensibilità. Il tuo amore per la bellezza e per l’armonia e ancora per la società nella quale ci troviamo a vivere. 

Certo nel tuo operare c’è anche amore e rispetto per la vita degli animali, per la natura, per una economia scrupolosamente fondata sulla ecologia, sul rispetto e sulla onestà. Valori che oggi sembrano dimenticati. Obsoleti. Ma, che nel tuo modo di pensare vivono con-legati fra loro, tenuti insieme da un sottile e delicato rapporto che crea armonia.

Ancora di più mi fu tutto chiarito quando, osservando la serenità di quella campagna in fiore e delle sue creature, tu, Direttore del tutto, dicesti a me che ti ascoltavo, che la Natura è come un pianoforte che tu devi imparare a conoscere, prima, ad amare, e infine a suonare.

E l’uomo? L’agricoltore?  E’ un concertista che ausculta il linguaggio della natura, ne registra la salute, ne intuisce i bisogni,  e interviene con dolcezza cercando di far parte lui stesso del grande concerto della vita, dove tutto è fondato sul rispetto.

E dopo questa tua affermazione, ti ho percepito ancora di più uomo spiritualmente e culturalmente ricchissimo. Tu che hai fondato il tuo lavoro sul rispetto della natura, sul rispetto degli animali, e degli uomini, inserito come sei in un contesto agricolo-naturale incontaminato, così come richiede lei stessa (la campagna) e così come va conformandosi da sola, con erbe e prati e foraggi che l’uomo aveva (o avrebbe) distrutto seguendo la direttiva dello sfruttamento indiscriminato della natura mirato solo al guadagno.

Ed ora che tu hai liberato la tua campagna e le sue creature dall’incubo dell’uomo dominatore, che per costume tende a dominare, a schiavizzare, tu con la tua attenzione, il tuo amore, la tua filosofia, hai restituito  a quelle terre il sorriso dolce fra bucolico e georgico con il quale tu ti rapporti e dialoghi con la natura .

Che possa il tuo esempio essere seguito da altri. Se tutti si comportassero così come fai tu, il mondo sarebbe un altro. Sarebbe diverso. 
Grazie di tutto.Grazie per quello che ci hai insegnato

                              Claire & Gino


      

  





email | facebook | blogger | twitter | musica youtube  

address: Contrada Cortolillo s.n.C.P. 132 - 97100 Ragusa - Italy

2015/04/20

ARMONIA anima della Natura


ARMONIA
in
Arte Musica Natura Società



di Gino Carbonaro





Ci si chiede spesso perché l’uomo ama l’arte, la poesia, la musica. Ci si accorge poi che è nell’arte che gli umani intercettano il concetto di armonia. I Greci che avevano intuito la bellezza delle arti, le avevano considerate mezzo che metteva in contatto uomini e divinità, e per questo le avevano considerate figlie delle “Muse”, mentre “Armonia”, restava divinità suprema, che conteneva tutte le bellezze contenute nel “Kòsmos”.


Ma, è vero che ogni uomo va alla ricerca dell’armonia in ogni momento della sua giornata. Da quando apparecchia il tavolo a pranzo, e dispone posate e bicchieri in un rapporto che tiene presente le leggi della simmetria e dell’equilibrio. Meglio ancora se può accostare al tutto un piccolo vaso di fiori. Lo stesso principio è presente quando si vuole scegliere la cravatta adatta al vestito che si indossa.


Ma, sacerdotesse della dea Armonia sono soprattutto le donne che mirano a porre in equilibrio armonico il loro vestiario e l'acconciatura dei capelli, facendo altresì uso di “cosmetici” che sono, come dice l’etimo, prodotti di quella bellezza che è figlia dell’Armonia.


Vivere in armonia con se stessi, con gli altri, con la natura è necessità dovuta al fatto che armonia si ritrova raramente nella vita di tutti i giorni. L'esistenza umana è spesso accompagnata dalla presenza di eventi che sono in dirittura di collisione fra loro creando disordine e disarmonia. Arroganza, poi, violenza, invidie, ingiustizie, guerre che gli uomini combattono quotidianamente per difendersi, cautelarsi o primeggiare,  provocano sofferenza, dolore, che alimentano amarezze e delusioni da cui possono germogliare rabbia e aggressività. Insomma, circoli viziosi, di caos e disordine nel quale di disperdono preziose energie.


Disarmonia è una costante delle società nelle quali viviamo, dove il più delle volte ognuno di noi tende a vivere per se stesso nel tentativo di appropriarsi anche di quello che non è suo.


Ed è chiaro che dove c’è disarmonia non ci sono punti di riferimento, e ognuno si trova a brancolare nell’angoscioso buio delle incertezze e della insicurezza, incapace di capire quali sono le coordinate di una vita che tutto sommato è destinata a finire.


I Greci, per primi, e Platone in particolare, considerarono Armonia elemento fondamentale delle società, obiettivo nella formazione pedagogica dei giovani, e, danza e musica, pittura e poesia furono poste come materie di studio nella formazione dei giovani e dei filosofi.   


Non sorprende, dunque, se nelle società buddiste, confuciane e shintoiste il simbolo che viene tuttora esposto in alcune abitazioni e in tutti gli uffici pubblici è proprio l’ideogramma dell’Armonia,




                                  Ai (Armonia)


che è l’obiettivo massimo, quasi sacrale, al quale ogni uomo, ogni famiglia, ogni società deve mirare.


Ed è ancora in quel simbolo, che è contenuto il concetto di rispetto. Rispetto per tutto: per i diritti degli uomini, per quelli degli animali e della natura. Rispetto che implicitamente comprende il concetto di dovere, di quello che noi dobbiamo agli altri, e implicitamente contiene il concetto di sincerità e di onestà.


Onestà è termine che deriva dal latino “onus” che vuol dire peso. Perché chi è onesto è “onusto”, se porta sulle spalle il peso di un dovere, di una continua responsabilità morale nei confronti degli altri. Anche l’onestà come il dovere applicati sono figli dell’Armonia, valori che armonizzano la vita di tutti. Sublime obiettivo dei viventi.


2015/04/15

Giovanni Cultrera: Eccellenze Iblee e altro ancora in Musica

Elogio al pianista e Direttore artistico 
del Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla 

M° Giovanni Cultrera

 di Gino Carbonaro

Giovanni carissimo,

Sono felice per te.
Il tuo intervento costante, delicato, sensibile nel campo della musica in questa Sicilia Sud-orientale è eccezionale, 
e cresce a vista d'occhio.

L'altro ieri sera, nello spettacolo delle Eccellenze Musicali Iblee (e non solo) abbiamo capito quanto sia socialmente importante il tuo ruolo.

I giovani che studiano musica devono avere una meta, un obiettivo, una finalità. Hanno bisogno di avere un confronto,
di avere dei destinatari, degli ascoltatori 
per poter verificare il livello dei propri studi.

Esibirsi per una Serata d'Eccezione 
al Teatro Donnafugata, e poi per  mesi vivere
nel ricordo di quelle ovazioni, di quei sinceri consensi 
di  un pubblico sempre più consapevole,
di nutrire i propri studi con quei riconoscimenti 
che sono il lievito della vita e dei loro studi.

Anche tu Giovanni hai bisogno di feedback,
hai bisogno di sapere che il pubblico ti stima
e che tu sei sulla strada giusta. 
D'altro canto è un tuo diritto. Te lo meriti.

Ma al consenso, non va disgiunta una responsabilità,
che dovrai gestire sempre con la dolcezza del tuo carattere
il tuo amore per la musica, e con la tua intelligenza.

Il pubblico ti aspetta e si fida delle tue scelte.
Il successo del Teatro Donnafugata è certamente dovuto 
al fatto che a Ragusa Ibla c'è un Teatro,
ma senza una attività musicale, questo Teatro  
sarebbe una scatola vuota,
una forma senza contenuto
un cantante che non ha voce. 

Tu hai dato un'anima al tutto.
Hai dato un nuovo senso anche alla tua vita.
Nessuno ti può sostituire e tutti ti dobbiamo qualcosa 
e per questo ti sosteniamo.
Parlo al plurale perché so che altri
sottoscriverebbero quello che sto affermando.
 
Di certo molte di quelle occasioni ti sono venute incontro,
ma tu le hai saputo cogliere, valutare, valorizzare.
La richiesta di gestire il Teatro Donnafugata
è venuta dall'avvocato Titì Scucces, da un uomo
dall'intelligenza sottile, grande intenditore di musica, 
che nella gestione delle cose
usa anche l'olfatto insieme agli altri sensi
e aveva capito che tu eri l'uomo che lui cercava.

Ma, anche Ruben Micieli rappresenta per te 
una occasione che ti è venuta incontro.
Un musicista con questo talento (parlo di Ruben)
non nasce tutti i giorni. Ed è vero che 
sei stato tu a scoprirlo, seguirlo e valorizzarlo, 
incoraggiandolo facendogli acquisire 
l'identità del concertista puro.
E Ruben ricambia volendoti bene, 
è felice dell'affetto con cui lo guidi 
nella difficile strada del successo. 

Ora sei sulla "Nave Ammiraglia", 
procedi maestoso, ma mai impettito, 
sicuro di te, ma sempre attento a non sbagliare,
e noi tutti siamo felici per te, 
per quello che dai a tutti noi,
per quello che dai alla società siciliana.

La musica è la vera religione dell'uomo.
E tu sei uno dei suoi sacerdoti.
 
Questo appuntamento con le Eccellenze Iblee
(e non solo, va aggiunto)
del 12 aprile 2015 è stato un successo. 
Ha fatto capire che in tutte le cose della vita
la funzione crea l'organo. E da queste (funzioni) 
emergeranno nuove speranze e una società migliore e
culturalmente più alta. 

Devo dirti grazie per averci fatto conoscere il "Trio Rosado",
con Santi La Rosa, pianista delicatissimo e attento nel sostenere la sicurezza interpretativa del violinista Rosario Salvatore Licitra e il clarinetto dalla voce "unica, splendida" di Donata Malpasso. Stupendo questo trio per l'affiatamento del gruppo nella interpretazione di Milhaud e di un  potente Shostakovich.

Grazie per l'assolo del violoncellista Riccardo Casamichiela per la sua sicura ed equilibrata interpretazione di Bach, e ancora grazie per il ventaglio delle cantanti che si sono esibite, e tutte dotate di grande studio e e capacità interpretative (chissà che fra queste non ci sia una Callas).  E cito i soprani Emanuela Sgarlata, Miriam Carsana, Giulia Mazzara, Maria Grazia Caruso, Martina Coppola e il tenore Dario Pometti.

Ma è d'obbligo ricordare quello è stato presentato come l'enfant prodige della serata, il quindicenne pianista Nicolò Cafaro che si è cimentato con un delicato e non facile Chopin e un complesso Scrijabin.  
           
Dulcis in fundo, lasciami dire, va considerata
la maturità interpretativa della pianista 
accompagnatrice Arianna Aurnia,
musicista dalla sensibilità struggente.

Abbraccio e stima

Gino

2015/02/14

TEATRO DONNAFUGATA IBLA Elogio al dr TITI' SCUCCES

Ragusa Ibla

Teatro Donnafugata


Elogio al dr Titì Scucces 

 Email inviata 
al Maestro Giovanni Cultrera di Montesano Direttore artistico del Teatro Donnafugata

                                               Gino Carbonaro

Nel mese di marzo del 2014 ho assistito al concerto della "Chroma Ensemble" in Tanguedia, con musiche di Astor Piazzolla.   In quella occasione, in quel concerto che mi era tanto piaciuto, felice del fatto che in questa Provincia di Ragusa fosse stato raggiunto in pochi decenni un simile livello musicale,  inviai al Maestro Cultrera una email 
in cui facevo delle considerazioni sulla funzione del Teatro Donnafugata in quanto volano della cultura musicale 
di questa Provincia.


Nanni carissimo,


Anch'io sono contento per te, per Voi, per tutti noi,
per quello che da qualche anno si sta realizzando
in questo piccolo/grande “Teatro Donnafugata” di Ibla.


Teatro che è diventato il fiore all'occhiello della nostra Provincia, così come tu sei diventato (a tua insaputa) 
la ciliegina sulla torta dell'avv. Titì Scucces,
promoter culturale che fra le tante sue intuizioni 
ha avuto tempo fa anche quella di rivolgersi a te 
per gestire il "suo" Teatro.


E dico "suo" (di lui) perché quando era appena terminato 
il restauro e la ristrutturazione, 
quando invitò mia moglie e me a visitare il Teatro,  
e, fra le altre storie ebbe a strappare dal palcoscenico 
il famoso pezzo di carta per far notare 
l'acustica “perfetta” del Teatro.
Proprio allora capii che per il nostro professore, 
quella struttura rappresentava tante cose. 
Storia di un passato che rivive in lui,
amore per la musica che è dentro di lui,
desiderio/bisogno di realizzare qualcosa
per realizzare se stesso,
e soprattutto Teatro come mezzo
per raggiungere un obiettivo,
realizzare una sua non confessata missione:
quella di portare avanti la cultura che lega passato
al presente e presente al futuro.
Presente (quello che viviamo)
che indica un percorso  
mentre consegna le nostre realizzazioni
alle generazioni future.

Teatro, quello dell’avvocato Scucces
che (Lui)  considera un binario 
dove far viaggiare musica, arte, cultura
che sono gli ingredienti nobili che formano la civiltà.


Ora, il professore Titì Scucces e
il Barone di Donnafugata (u patruni u luocu) genius loci,
(la cui ombra, vigila e protegge il tutto)
si sono fatti carico di un compito.   
Quello di offrire alla cittadinanza tutta,
un modello di vita diversa, dove cultura, passione e impegno
si sposano allo scopo unico di
realizzare un valore ineguagliabile.
Quello della musica. 
Valore che si realizza
mettendo a disposizione della collettività e dei musicisti  
uno spazio-tempo privilegiato 
all'interno del Teatro Donnafugata,
dove, come in un Tempio laico,
si realizza la grande comunione delle anime,
l’unione spirituale fra compositori, interpreti, ascoltatori
e.. titolare del Teatro,
che grazie alla musica, al bel canto e all’arte,
vivono momenti di estasi
che “solo la musica” sa dare.

Aggiungo ancora? Che mia moglie ed io siamo attenti 
a non perdere un appuntamento musicale 
al Teatro Donnafugata
per il piacere di godere
il conforto spirituale di questo 

gioiello, bijoux, Teatro,

che esiste soprattutto per merito del nostro comune amico,
il professore (Farmer, gentleman) Titì Scucces.
Che Dio lo protegga!

Gino Carbonaro

2015/02/10

ITALO, un film di Alessia Scarso

Italo Barocco
Storia di un cane, di un paese 
e di tanti uomini

Italo era un cane senza padrone, che era solito gironzolare fra Piazza Municipio e la via Mormino Penna di Scicli. All'inizio nessuno si era accorto di lui, poi qualcuno notò (Biiih! Talìa!) che il cane entrava in Chiesa quando c'era gente, e prendeva anche parte a funerali e matrimoni. In breve tempo, dacché non era di nessuno, diventò il cane di tutti, e ci fu anche chi gli preparò un canile proprio in piazza a lato del Municipio. Ed è inutile dire che non gli mancò neppure da mangiare. Diventò così la mascotte della città, e alla sua morte, che addolorò tutta la cittadina di Scicli, quelli del Caffè Letterario "V. Brancati" pensarono bene di organizzare una mostra di pittura con artisti di tutta la provincia, che esposero quadri che ricordavano il cane che era di tutti, e che qualcuno aveva battezzato con il nome di "Italo". La giovane regista Alessia Scarso, pensò di cimentarsi con un soggetto, titolato "Italo", e che ricorda l'amico dell'uomo. Io ho visto due volte il film, e ho scritto le mie impressioni che riporto qui appresso.

Affermo che il film “Italo” con la regìa di Alessia Scarso
è un capolavoro “assoluto” per tanti motivi: per la bellezza del racconto semplice, delicato e coinvolgente, per la fotografia, serena ma sempre attenta e potente; per gli attori, tutti bravissimi (bambini compresi e cane), per la musica “meravigliosa” e funzionale (come poche volte notato in altri film), e soprattutto per la regia che serve allo spettatore avvertito per valutare non solo la professionalità, ma anche la personalità,  la intelligenza e lo spessore artistico e culturale di una regista che ha tantissimo da dire (e da dare) e che riesce a gestire tutto: il generale e il particolare del film, anche nei più piccoli dettagli.


Ma, andiamo con ordine, tenendo presente  che le chiavi di lettura del film sono molteplici.  


La trama? E’ una favola, leggera,  chiara, bilanciata, sostenuta da quella intelligenza attenta, accurata, sensibile che riesce a trasmettere emozioni. Chi assiste alla proiezione non si trova davanti solo alla storia di un cane, ma anche alla storia del rapporto che uomini (e donne) di un paese chiamato Scicli (sorta di “Macondo” siciliano) hanno con un cane che dapprima vogliono eliminare, proprio perché randagio, ma che poi accettano come creatura vivente che ha sensibilità e dolcezza non dissimile da quella che caratterizzano gli umani (quando gli umani non sono essi stessi animali).


Sotto questo profilo il film sottende qualche considerazione di carattere filosofico invitandoci a considerare il senso del nostro esistere, delle nostre azioni, delle nostre mutevoli considerazioni, così pure il nostro rapporto con gli altri esseri viventi (denominati animali) che come noi conoscono la solitudine, la sofferenza, la mancanza di affetti, e ancora, il concetto di vita e di morte. Ed esprime (la trama) il concetto di amore, e il rapporto che i bambini hanno con gli animali.  Il tutto raccontato,  senza retorica alcuna, né proponimenti pedagogici.


Eppure, la filosofia emerge all’interno di un “divertissement” che fonde la parodia con il sorriso, la commozione con la emozione, il riso con il pianto, e la forma teatrale che recupera il mimo con il linguaggio cinematografico.      


Soggetto e trama, dunque, non classificabili perché si passa da un realismo delicato, appena suggerito, ma sublimato con discrezione, a forme , si è detto, di parodia gioiosa, cui si aggiungono soluzioni geniali, come i dialoghi-muti fra il protagonista sindaco Carmelo Blanco e la dolce maestra Laura, e ancora i dialoghi/gossip alla Ionesco della Cantatrice Calva, della “gente” di paese, che parla bla-bla, mentre lo spettatore, senza udire parola alcuna, intuisce il senso di quei discorsi e gode di quelle conversazioni da lui immaginate.


Questi momenti, durante i quali la regia ha ritenuto di spegnere l’audio, sono impagabili, e sono proprio quelle pause di  silenzio che recuperano il mimo cinematografico, per me nuovo, che richiamano alla mente i film del primissimo surrealismo francese, evidenti nelle persone che in gruppo corrono al “rallentatore” all'inseguimento-ricerca del cane e delle tre donne che si recano in chiesa con passo lento, paludato, e ancora in altri passaggi del film. E sono forme di linguaggio nuovo, fresco e importantissimo. E mi riferisco alla utilizzazione di questi momenti linguisticamente “diversi” inseriti nel contesto, senza stridore, proprio perché fanno parte della logica di un racconto che chiama in causa, come ho già detto, anche la parodia.


E qui mi viene in mente il bellissimo comizio elettorale che viene interpretato sulla piazza da Carmelo Blanco e da una  “sempre” stupenda "Luisa Nigro".  


E ora torniamo alla fotografia dove si rileva l’uso pressocché costante del teleobiettivo e di telecamere in movimento che nella logica della regia servono per allontanare paesaggi e personaggi non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo per catturare una realtà che spesso sfuma nel sogno e nell’immaginario.


Bella ancora l’apparizione della cinquecento Fiat che investirà Italo e scende lenta e terribile in quella stradina che si apre davanti alla chiesa di San Giovanni. Bellissimo l’intervento dei mascheroni per comunicare la tragedia.


E ora, passiamo alla musica. Un gioiello. E non mi riferisco solo alla bellezza della composizione, sviluppata su più “movimenti” a volte marcetta gioiosa a volte tragica, ma anche alla sua utilizzazione che sostiene il racconto in modo incredibilmente funzionale ai vari momenti, con accelerazioni, rallentamenti, ritardi e pause di silenzio. Ed è elemento (quella musica) che contribuisce a trasmettere quelle emozioni che sono il pregio di questo lavoro.      


Va sottolineato ancora che il film è una novità sul mercato. E’ film che avrebbe potuto interessare Walt Disney, e che richiama alla memoria lo storico “Marcellino, pane e vino”, o anche i film di “Don Camillo e Peppone” o “Torna a casa Lassy”. E, perché no, il “Nuovo cinema Paradiso”.  Film puliti, per grandi e per piccini, che per lo spettatore sono una lezione su come si possano trascorrere due ore ripulendo lo spirito da quanto oggi ci viene propinato da raccapriccianti film di  violenza e di oscena pornografia.  


Un elogio a parte per la chiusura del film. Ho apprezzato molto che  fra i due potenziali fidanzati non ci fosse stato “il” bacio, che non pochi sceneggiatori e registi avrebbero inserito. Bellissima quella mano che “Meno il Sindaco” pone alla fine sulla spalla di "Laura la Maestra", mentre lo spettatore scorge la testa del bambino fra il padre e la futura nuova madre-amica.


Un elogio a tutti coloro che hanno gestito il cane che, certamente ha capito di essere un protagonista circondato da affetto da tutti coloro che gli stavano vicino.


Altre sorprese finali? Il film chiude con il nome del cane "Italo" (senza la tradizionale parole “Fine”) e commovente la meritata dedica a Nisveta Kurtagic, architetto, pittrice e donna di eccezionale valore, che non è più fra noi.


Ora mi accorgo di non aver parlato di Italo. Ma solo perché in questo film gli elementi tematici sono tanti. Attorno al cane, attore bravissimo, ruota una piccola storia politica, e ancora la dinamica classica delle bande di tutti i ragazzi, la storia di un bambino che ha perduto la madre, il rapporto di amicizia fra Meno e la sua amichetta, il parla-parla delle persone, insomma, uno spaccato composito di una bella cittadina con le sue campagne, il suo mare, i suoi colori, il profumo della terra che la circonda. E va detto ancora che il fiore all’occhiello del film è rappresentato da Natalino (?), lo sciocco del paese, l’uomo che apre il racconto, che attende alla stazione un treno (la madre?) che viene da lontano e non arriva mai. Attesa di affetti desiderati senza i quali l’uomo non può vivere.   


Considerazioni finali. Secondo me, il film è talmente bello che potrebbe fare il giro del mondo. Certamente, Maria Teresa Spanò vi porterà la nipotina Ilaria. E mi chiedo cosa ne penserebbero i Giapponesi, sempre sensibili a queste storie fondate su verità ideali che tutti desidererebbero vivere.
 
Ritengo infine che nella nostra Contea è fiorito qualcosa di nuovo: Alessia Scarso, regista-creativa, che come i grandi scrittori del recente passato (Raffaele Poidomani, Carmelo Assenza, Ciccio Belgiorno, e altri ancora), scultori come Nunzio Dipasquale, pittori contemporanei come Piero Guccione, Sonia Alvarez, e tanti altri, si è rivelata astro nascente nel firmamento del cinema italiano.

Dunque? E' logico andare a vedere il film che, al Cineplex di Ragusa continua ad essere proiettato da quattro settimane e ora è passato anche al "Fratelli Lumière".



Postilla. Io sono nato in Via Mormino Penna n. 48 (la scaletta vicina alla chiesa di Santa Teresa). In quella strada c'è parte la mia vita. Ma quanto ho scritto del film non c’entra con la mia storia.      

Gino Carbonaro