2017/10/14

DONNA, CONSIDERAZIONI A MARGINE di un libro sulla Donna

Considerazioni a chiusura del libro

Considerazioni a chiusura del libro
DONNA, Una storia senza eco
di Gino Carbonaro
   
 Tempo fa, leggendo libri che riportavano proverbi siciliani, avevo notato che tutti quelli che riguardavano la donna erano negativi. Il proverbio che più di tutti definiva la cultura siciliana di un tempo recitava..   
U masculu è meli, a fimmina è feli
Il maschio è come il miele, la donna è come il fiele
 Sentenza crudele, in quanto il maschio veniva percettivamente associato al miele dolce e dorato (e l’oro è il colore delle divinità) mentre la donna era associata al fiele, amaro e verdognolo, e il verde è il colore della decomposizione, della suppurazione e del vomito. Di seguito poi, si leggevano una infinità di proverbi nei quali veniva rilevato che la donna era fonte di male, dalla quale gli uomini avrebbero dovuto (Dio ne scansi!) tenersi alla larga. Motti, sentenze e proverbi che, guarda caso, erano in perfetta linea con quanto è trasmesso dalla tradizione biblica, paolina, e dei Padri della Chiesa. Concetti negativi a mitraglia sulla donna, poi clonati anche dalla cultura islamica.  Donna-oggetto priva di diritti, e alla bisogna disprezzata. Donna relegata (o re-clusa) in casa, che non doveva uscire fuori dal gineceo, donna che mai avrebbe potuto dire la sua opinione, donna considerata proprietà di maschi: padri, marito, fratelli.  
    A voler approfondire il perché di quelle sentenze terribili, ho cominciato la mia ricerca, e mi sono accorto che questi giudizi si potevano cogliere anche se attenuati, in alcuni filosofi greci (ricercatori del vero) del calibro di Socrate e Aristotele, mentre per il resto questa percezione della donna (tranne qualche eccezione, come il Cantico dei Cantici) riempiva di sé tutta la Bibbia e traboccava poi, consegnandosi a Paolo di Tarso, ai Padri fondatori della Chiesa, uomini passati alla storia per la loro santità e per la loro sapienza. Lì, nei libri e nelle prediche di questi uomini di religione e di preghiera, la donna era considerata creatura diabolica e causa prima di “tutti” i mali del mondo. Ed erano convincimenti supportati da miti antichi e creduti. Primo fra tutti il mito di Eva (riportato in Genesis,) che nel giardino dell’Eden, aveva colto una mela selvatica, verdognola, aspra, che lei non avrebbe dovuto toccare, perché su quell’albero pendeva un ordine categorico di Dio, che aveva avvertito Adamo del fatto che avrebbe potuto avere tutto ciò che si trovava nel Paradiso Terrestre, “tutto” tranne il frutto di quell’albero che non si doveva raccogliere, né mangiare.
     Mitologicamente, la colpa di quella trasgressione (ma, sarà poi vera la storia?) era stata fatta ricadere su Eva (su una donna, cioè) che di nascosto aveva avuto una storia (guarda un po’) con Satana, che aveva preso (chissà perché) la forma di un serpente, senza tener conto, Eva, che Satana era il nemico numero uno di Dio. Nemico! Che, come tutti sappiamo, Dio non è mai riuscito ad esorcizzare. Però, Eva aveva fatto male i conti, perché Dio si era accorto che mancava una mela dall’albero, aveva capito che era stata mangiata proprio da lei, e sempre lei ne aveva offerto un morso ad Adamo, anch’egli dimentico dell’ordine emesso da Dio. E si era arrabbiato moltissimo il re dell’universo, Dio geloso e punitivo, vecchio di rughe e di saggezza, e si era vendicato buttando entrambi i colpevoli fuori dell’Eden, costringendoli a vivere su questa Terra pregna di sofferenza e di dolore, dove il cibo è frutto del lavoro e la donna è costretta a partorire nel dolore.
Da questa mitologica premessa posta come vera e creduta per millenni, discende il convincimento che, se tutti gli esseri viventi del creato (animali compresi) conoscono dolore, violenza, ingiustizie, fame e paura della morte.. la colpa? La colpa è stata di Eva! E, per simpatia (visto che Dio ha buona memoria e punisce fino alla settima e all’ottava generazione) la colpa di quella trasgressione sarebbe ricaduta anche su tutte le donne del globo terraqueo, che avendo lo stesso sesso di Eva, e oltretutto da lei discendendo, avrebbero potuto continuare imperterrite a flirtare con Satana per provocare altri possibili mali ai maschi e all’umanità.
    La credenza, mai contestata da alcuno, di questa propensione della donna alla trasgressione e al male è nel suo DNA. E il filo del discorso non sembra fare una grinza. Ma, va aggiunto che ancora oggi nella Chiesa permangono residui di quella biblica credenza, se nel battesimo di un bambino, o di una bambina,  il sacerdote grida tre volte la formula degli esorcisti vestendo paramenti viola:Vade retro Satana!” per fare uscire dal corpo della creaturina la componente diabolica che era rimasta pur sempre presente nella carne della madre e di conseguenza tuttora presente anche nei figli. Nessuno si chiede però perché la madre dovrebbe avere ancora una presenza satanica nella carne se anche lei è stata battezzata in precedenza. E nessuno si chiede ancora perché noi tutti dovremmo avere  Satana nella nostra carne, se Gesù è venuto sulla Terra a sacrificarsi per salvare tutta l’umanità da quel peccato commesso da Eva , come ha sostenuto PAolo di Tarso.  
    In ogni caso è proprio su questa credenza-creduta per “fede” e mai scientificamente provata, che si fondano le arringhe di tutti i Padri della Chiesa contro la donna. E, fra le tante “preziosità” ritenute vere, vanno ricordate le schizofreniche asserzioni di Tertulliano, che dai pulpiti delle chiese tuonava…
                      Non sai, donna, che anche tu sei Eva?
              La condanna di Dio verso il tuo sesso permane
              ancora oggi. La tua colpa rimarrà in eterno.
E, sempre confortato dai testi sacri e dalla parola di Dio che lo illuminava dall’alto dei cieli, Tertulliano continuava le sue invettive contro la donna..
Tu sei la porta del Demonio!
Tu hai mangiato dall'albero proibito!
Tu per prima hai disobbedito alla legge divina!
Tu hai convinto Adamo, perché il Demonio
            non era coraggioso abbastanza per attaccarlo!
Tu hai distrutto l’uomo che è immagine di Dio!
A causa di ciò che hai fatto, il Figlio di Dio
            è dovuto morire!

Quest’ultima affermazione è mutuata da Paolo di Tarso:
il convincimento che Gesù si è sacrificato per i peccati dell’umanità.
Concetti feroci, agganciati a un sistema di miti fasulli, che per millenni la cultura dei tempi ha considerato veri. Ma, c’è tuttora chi continua a credere a queste cosiddette verità per stare in pace con la propria coscienza di “credente”, e poter ripetere anche agli altri: “Io sono un fedele. Io sono un cristiano che crede in tutto ciò che è scritto nella Bibbia e in quanto  afferma la Chiesa! A me… a me.. spetta il Paradiso. Mah!
Si evince così, che poggiando il tutto su affermazioni contenute nei testi sacri (e ritenute vere) si svilupparono falsi e contorti sillogismi con le loro perverse conclusioni: quelle che nel Medioevo portarono alla persecuzione delle cosiddette streghe, giustificando Tribunali di inquisizione, roghi, impiccagioni, annegamenti forzati, un tragico genocidio rivolto alla donna-causa-di-tutti-i-mali, questo allo scopo di intercettare il male del mondo (che si riteneva causato dalle donne!) ed eliminarlo (eliminando le donne!). Ma, lo strano convincimento di questa cultura era di credere che su questo argomento era Dio, non l’uomo a pensarla così. E ogni condanna, persecuzione ed eliminazione della donna-strega era voluta da Dio.  
       Il maschilismo, poi, cioè il porre l’uomo al centro dell’universo, considerandolo fonte di bene e padrone  della donna, si perde nella notte dei tempi. E si tratta di pregiudizi tuttora incardinati nel profondo della coscienza maschile in questa alba del XXI sec.
Questa è la realtà del nostro passato. Problema storico,  quello della donna. E problema non secondario delle società moderne, il cui argomento viene spesso by-passato da molti ricercatori che evitano di fare “tabula rasa”, come avverte Bacone (cancellando ogni pregiudizio) prima di dare inizio ad una onesta ricerca. Ma, il motivo è chiaro. Perché? qualora venisse accertato che la Chiesa del passato non è stata imbevuta dallo spirito del Vangelo, usando violenza contro le donne, perseguitando (... e trucidando) gli eretici, commettendo delitti imperdonabili, e genocidi come abbiamo già visto, allora, per una onesta coerenza si dovrebbe sradicare certa assurda teologia suggerendo agli addetti ai lavori di riconsiderare la veridicità di quanto riportato dalla Bibbia, avendo il coraggio di rimuovere dal Vecchio Testamento il libro del Siracìde, almeno! (così come a suo tempo hanno fatto gli Ebrei) riconsiderando il pur sempre poderoso ruolo di Paolo di Tarso (fariseo, però, come si autodefinisce lui stesso) e rivedendo la storia di personaggi ambigui come quel patriarca Cirillo di Alessandria d’Egitto (oggi santificato) che nella spietata difesa della ortodossia (la sua ortodossia!) perseguitò (leggi: fece uccidere) noviziani, ebrei e pagani, per purificare il mondo dalla infestante eresia (che non riconosceva il suo Dio) ma proprio per questo acquisendo agli occhi della Chiesa meriti enormi, fino ad essere considerato meritevole del titolo di Dottore della Chiesa (1882) con l’aureola di santità. Operazioni queste (la nomina a Santo del patriarca Cirillo) che secoli fa potevano essere realizzate dagli addetti ai lavori solo perché difficilissimo era l’accesso alle fonti, pochissime le persone che sapevano leggere e che potessero controllare la veridicità delle decisioni ecclesiali.  
       Ma, va ri-considerato ancora il valore  storico del filosofo Agostino da Ippona, che considerava il sesso peccato, e la donna (sua madre inclusa) creatura diabolica. “Era la cultura del tempo!” Può affermare qualcuno. Ma, anche con questo alibi, deve essere rispettata la verità. Bisogna dire che questa  cultura misogina, è a tutt’oggi responsabile di ogni forma di violenza sulle donne, ed è cultura del terrore che ha recato lutti, facendo giustificare i comportamenti violenti che nei secoli sono stati adottati contro la donna da una società storicamente  maschilista. E pertanto va riconsiderato il tutto, al fine di fondare una nuova e più equilibrata  teologia che riproponga il problema della donna (e il ruolo della religione) in modo giusto, per ricostruirne la immagine che la tradizione ecilaea ha fatto a pezzi.
I documenti riportati in questo saggio provano come fondando il tutto su preconcetti, gli uomini di religione hanno creduto di poter giustificare per oltre due millenni torture e persecuzione della donna. Esempio? Ipazia Alessandrina, matematica, astronoma, perfezionatrice dell’astrolabio, squartata (fatta a pezzi) dai Parabolani, cioè da fanatici cristiani del tempo, che nel nome di Cristo ne scaraventano i pezzi squartati nella discarica della città di Alessandria. Comportamento giustificato? Perché? Ipazia non si comportava secondo quanto dettava la millenaria tradizione vetero-testamentaria e, soprattutto quando aveva predicato e scritto Paolo di Tarso.
Se ogni regola ha le sue eccezioni, va evidenziato come all’inizio del basso Medioevo, la monaca Hildegard von Bingen (1098-1172) riuscirà a proporre una nuova identità della Donna, mentre recupera la eticità dell’atto sessuale, la “naturalità” delle mestruazioni, suggerendo ancora una religione meno lugubre, più a misura d’uomo, e certamente più vicina al messaggio di Gesù.
Nuova filosofia dell’esistere e diversa percezione delle Donna, proposta da Hildegard von Bingen, che un secolo più tardi verrà riproposta in Italia dai poeti del “Dolce Stil Novo”, che considerano la Donna creatura angelica (Donna Angelo) mandata da Dio, ispiratrice di poesia e conforto degli umani, non più creatura in collusione con Satana così come predicava e continuò a predicare la Chiesa ancora per secoli. Chiesa, che per ben due volte ha santificato Hildegard, bloccandone però il messaggio, e restando anche in tempi vicini a noi macchiata dall’idea che la donna debba essere soggetto da tenere alle dovute distanze dalla gestione della religione, il cui ruolo e la cui funzione è stata da sempre gestita da “sha-men” (sciamani)  di sesso maschile come si evince dall’etimo.

Nel 1962, i circa 2500 partecipanti al Concilio Ecumenico Vaticano II nel trattare il tema della “modernizzazione” della Chiesa, dedicarono la loro attenzione anche al problema della Donna, giungendo tre anni dopo, alla determinazione che “La Chiesa è fiera di avere esaltato e liberato la donna e di aver fatto risplendere (sic!) la sua uguaglianza fondamentale con l’uomo”. Mah! Sarà poi vero? Per la Chiesa il problema era risolto nel 1965. A parole. Potenza della retorica!
A queste austere “parole”, con le quale viene chiuso il Concilio, farà seguito cinquant’anni dopo la istituzione di una Commissione Teologica Internazionale nominata da Papa Francesco per riprendere il problema del diaconato femminile, che era ancora rimasto bloccato a quelle fiere esternazioni. La motivazione era nobile, perché era quella di “Valorizzare il genio della donna!” Dunque, i tempi e il linguaggio sono cambiati. Tanto è riferito all’agosto del 2016, ma non pare si abbiano ancora notizie su quanto è stato deciso dalla Commissione Teologica Internazionale, democraticamente composta da maschi e femmine al 50%. Di fatto, fra pensare-dire-e-fare, nella struttura ecclesiale c’è di mezzo un periodo di saggia e costruttiva riflessione per un problema che risulta essere il tallone di Achille della Chiesa. Difatti, se si considera che il celibato dei preti-maschi è l’unico possibile valore “per permanere nella verità in Cristo” è chiaro che una nuova e moderna “gestione” della religione che ponga sullo stesso piano uomini e donne dovrebbe considerare anche la possibilità di nominare una donna al supremo Pontificato. Diciamo una Papessa, non solo una diaconessa che a tuttora non sembra essere stata nominata. Se questo non è pensabile, ciò significa che il sesso dominante (ed escludente) quello dei maschi non intende (con-)cedere terreno all’altro sesso. Belle parole sì! Fatti no!

     Sempre più frequente oggi viene posta una domanda: “Come e perché dalla notte dei tempi la donna è stata sottomessa al maschio ed è stata considerata portatrice di male? E, ci si chiede ancora.. perché solo da pochi decenni i movimenti femministi hanno chiesto spazio, riscatto e liberazione della donna da quella cultura del passato che pure sembra tuttora covare all’interno nella nostra società?” Per avere una risposta al perché di questo rapporto asimmetrico, privilegiato dell’uomo nel suo millenario giudizio negativo sulla donna, bisogna andare indietro nel tempo e dar conto alla “fisiologia” ed alla “etologia” umana.
      Proviamo ad immaginare una famiglia arcaica che vive dieci o ventimila anni avanti Cristo. La femmina che la natura ha creato fattrice, nel suo periodo fertile può produrre un figlio l’anno. E, nel corso della sua vita può partorire anche 24 volte. Fra un allattamento e l’attesa di un altro figlio, la donna è inchiodata alla grotta, al riparo sottoroccia o alla capanna dove  risiede. Non trova tempo, non ha energia, la donna, per cercare cibo sufficiente per i suoi figli e per se stessa. Di fatto, la sopravvivenza sua e della prole dipendono dall’uomo. Dunque, i ruoli maschio-femmina sono definiti da sempre. Li ha definiti la natura. Il maschio fuori per la difesa del territorio e il reperimento del cibo, la donna vicina al suo habitat per la cura dei figli. Per questo motivo, donna e figli dipendono dal maschio. E però, si sa che il maschio-ricercatore deve nutrirsi per primo, e la ricerca di alimenti, che non è facile. La logica dice che l’uomo avrà bisogno di energie necessarie per resistere ad una giornata di ricerca e di caccia. Ma, (ipotesi) può accadere che la madre e la prole, necessitino di alimenti che l’uomo non gli fornisce a sufficienza? E’ qui che si avanza l’ipotesi che la donna sia costretta ad affinare di necessità la sua intelligenza e la sua psicologia per raggiungere il suo scopo non con la forza, ma con altri mezzi per acquisire il cibo necessario che le spetta di diritto per sopravvivere, se questo viene egoisticamente custodito dal maschio per i suoi altrettanto necessari bisogni. In quelle condizioni di necessità,  l’uomo considera le riserve alimentari logicamente sue, perché le ha procurate lui stesso, con la sua fatica, mentre la donna ritiene “sempre di diritto” che le spetta cibo sufficiente, dal momento che è stata lei ad avere il carico della procreazione e dei figli che non sono solo suoi. Se però l’uomo non dovesse cedere a quello che nelle altre specie animali è legge naturale (l’aiuto che i maschi danno alle femmine nel momento della procreazione) la donna sarà costretta ad usare ogni mezzo “sottile”, per realizzare quella appropriazione che l’uomo potrebbe considerare “indebita”.
       Se le cose sono andate come abbiamo supposto, non è da escludere che nel cammino filogenetico la femmina dell’uomo abbia potuto affinare la sua intelligenza “sottile” e diversa da quella del maschio. Intelligenza che porta a un comportamento (behavior) diverso, che l’uomo dal suo punto di vista stenta a capire. Quando però l’uomo si rende conto che ciò che gli manca  è stato preso dalla donna che gli sta accanto, la sua percezione si trasforma lentamente in giudizio che nel tempo si ipostatizza, specialmente se la donna riesce a non farsi sorprendere, nel senso che risulterà inafferrabile, proprio perché la donna comincia a fare uso di una intelligenza che l’uomo non riesce a comprendere.

    Da qui, si sviluppa il mito di Eva che per millenni spiegherà anche il problema del male nel mondo. Il tutto costruito su misura sulla donna, anche per far capire l’enorme colpa della trasgressione. Lentamente, il maschio generalizza il principio della “astuzia” della donna, ma attribuisce a Dio il mito che contiene il suo pensiero sulla donna: “Tu uomo, tu donna potrete avere tutto quello che vi concedo, ma non potrete toccare nemmeno una mela immatura, selvatica, aspra, se non sarò io a darvela, e, nel mito di Eva si incardina anche il concetto della disubbidienza della donna nei confronti del maschio-ingenuo che fissa i suoi diritti senza tenere in conto dei  diritti della donna.  

  E ancora.. se la donna riceve cibo? La donna deve in cambio diventare serva dell’uomo. Io ti do da mangiare? Tu mi servi. Guai a te se non ubbidisci! Guai a te se  toccherai una mela selvatica.
   A questo punto il limite di chi scrive (il mio) è quello di credere in questa ipotesi un po’ più di quanto non crede nel mito di Eva. D’altro canto, è chiaro che  per fissare il fatto che quello che l’uomo pensava della donna corrispondeva a verità, era necessario attribuire il tutto a Dio. Il mito di Adamo ed Eva, difatti, non è considerato un’invenzione dell’uomo, ma una verità sentenziata da Dio. Verità mitica che è purtroppo contenuta nei libri sacri della Bibbia.   

    Così, per millenni la verità riconosciuta del mito è la seguente: “La donna è infida, la donna è colei che sottrae, la donna è portatrice di male”.

    Questo giudizio millenario cambia diametralmente in questi ultimi decenni, proprio quando sono stati messi in commercio preservativi e contraccettivi. Difatti, sino alla fine degli anni cinquanta la donna sposata poteva ancora restare incinta anno dopo anno per tutto il periodo fertile.
     Io, figlio di una famiglia di fotografi, ricordo di tanto in tanto mio padre entrare in crisi quando nello  suo studio fotografico si presentavano famiglie con 18 o 20 e anche 24 figli che la non-spaziosa sala da posa riusciva a contenere a stento. E questo accadeva non poche volte in un anno. Anche questo prova che le famiglie del tempo erano numerose. Ma, questa è prova che la donna, in simili condizioni di prolificità naturale, era relegata al solo e unico ruolo di fattrice. Le cose, si è detto, cambiarono velocemente con le attenzioni suggerite dal metodo Ogino-Knaus, con l’uso di profilattici  e contraccettivi. Da quel momento, il numero dei figli viene drasticamente ridotto, mentre alla donna viene offerta per la prima volta nella storia della umanità la possibilità di concorrere ad attività lavorative che prima erano prerogativa del solo maschio. Concorrere però nel lavoro, senza che qualcuno dei maschi fosse oltremodo disposto a darle spazio. Lavoro sì, ma spazio alla donna? Molto limitato. Difatti, ancora oggi la donna trova difficoltà a fare carriera in certi campi del lavoro. Tanto si registra socialmente, mentre la cultura religiosa, e non solo, continua a fare quadrato sui miti riportati nei testi sacri, ritenuti ispirati da Dio.  E’ dunque chiaro che il problema della donna e il braccio di ferro fra i due sessi non è ancora risolto, e lunghe ombre si affollano nelle sinapsi dei nostri cervelli. Attendiamo un “riset” delle nostre menti e delle nostre culture.  

          Ma, quali altre considerazioni è possibile trarre fuori da questa nostra ricerca? Altra domanda. Scorrendo questa ricerca, quello che colpisce è la paranoia di coloro che per centinaia di anni ha, tormentato, torturato perseguitato ossessivamente la donna o anche i “diversi”, coloro sono o che pensano diversamente. E sono i motivi psicologici che qualcuno considera “logici” per cui il più forte perseguita i più deboli, gli indifeso. E’ come dire che le schizofrenie non sono oggetto di singole persone, ma anche di gruppi sociali che ritengono di avere la verità, la sola e unica verità.. Continua...     
        

2017/02/14

CARNEVALE e le altre Feste - 07 - di Gino Carbonaro


CARNEVALE


07  Carnevale e le altre feste

                                                       di Gino Carbonaro 


Una differenza fra il Carnevale 
e le feste comandate esiste, 
soprattutto perché diverso 
è il modo di atteggiarsi dei partecipanti.

     In tutte le feste che non sono Carnevale, le persone tendono ad assumere atteggiamenti formalizzati, sanno come comportarsi, che cosa è giusto fare e cosa è giusto non fare, procedendo sempre con sicurezza all’insegna del pre-visto, del pre-ordinato, del pre-disposto.

     Ogni movimento, azione, comportamento dei partecipanti, è tenuto rigidamente sotto controllo. Tutto si sente gestito da una logica centralizzata, di chi detiene la verità e il potere e che pertanto ha diritto di ordinare (di garantire l’ordine, si intende) così come vuole la tradizione e il ripetersi del rito.
  
Processione in Festività religiosa


In queste ricorrenze festeggiate, un protocollo più o meno rigido prevede tempi, formalizza ruoli, assegna e disciplina le parti, tende a mettere i personaggi, gli eventi e le cose in bella copia, nel meglio del loro essere-per-gli-altri.

     Nulla in queste performance può essere affidato al caso o alla improvvisazione, meno che mai il comportamento dei partecipanti, ai quali non è consentito commettere gaffe, o, cedere alle volgarità, e le possibili manifestazioni di gioia o di affetto risultano pur esse controllate, formalizzate, né possono varcare mai i limiti del decoro.

     Nelle festività religiose, la cosiddetta "devozione" ai Santi e il tripudio che si accompagna al rito, si convogliano nell’andamento volutamente solenne e maestoso di austere, serpeggianti, chilometriche processioni, alle quali sono invitate le Autorità civili e religiose, il Potere, insomma, sempre largamente rappresentato e gerarchicamente distribuito, che per l’occasione sfila in gran pompa e nel più deferente silenzio. Più che di feste, si tratta di rituali seri (la festa vera e propria è un’altra cosa e segue, semmai, i  riti); riti che avvolgono tutti i partecipanti in un alone di sacralità che promana dall’evento (grandioso) o dalla figura del personaggio che si intende celebrare.

Tono solenne e “serioso”, con immancabile parata di potere, è quello che si registra in queste feste ufficiali e formalizzate, dove è consentito sorridere, ma nessuna deroga e concessa al contegno dei partecipanti, proprio perché qui tutto è stato organizzato secondo Ragione, ed ora tenuto ragionevolmente sotto il suo controllo. Impensabile, quindi, proprio perché contrario al senso stesso della festa, ogni e qualsiasi concessione alla improvvisazione e alla casualità. 

Processione sacra


     Nessun legame di parentela, dunque, fra queste ultime e il Carnevale. Se le festività religiose e civili sembrano esprimere la volontà di un mondo che aspira all’ordine per dimostrare a se stesso che tutto può essere tenuto sotto controllo dalla ragione, dagli organizzatori, o da chi detiene il potere; nel Carnevale, invece, si sente un altro bisogno, totalmente opposto semmai, che è quello di non voler pensare a niente, di non voler gestire e dimostrare niente a nessuno: né prove di abilità, né prove di forza, né parate di potere reali. 

Carro allegorico a Viareggio
  
     Se bisogno c’è nel Carnevale, è semmai quello di rendere discutibili quei valori, di mettere in dubbio quelle certezze, attaccando, con l’arma della beffa quel mondo tronfio, che ostenta la sicumera di falsi trionfi, il rispetto di discutibili valori, la fede in una indiscussa religione, i cui principi si vogliono indiscutibili e assoluti.

     È in questa realtà che si inserisce surrettiziamente la Filosofia del Carnevale.

     Alla serietà che fa da supporto a quasi tutte le ricorrenze festeggiate, il Carnevale contrappone la burla e la beffa. Alla tanto decantata coerenza della Logica, ai principi di identità e di non-contraddizione, che rendono possibile lo sviluppo delle scienze e il dominio del mondo, il Carnevale contrappone l’Assurdo, il Paradosso, la Contraddizione, il superamento del concetto del limite, l’Impossibile, l’Irrealizzabile, piegati tutti a categoria del Possibile. All’Ordine oppone il Disordine. Al Previsto e alla mancanza di novità di un mondo scontato e convenzionale, alla routine della vita, che spesso si avvita su se stessa, contrappone l’Inconsueto, l’Imprevisto, la Novità, la Sorpresa. Ai grandi accadimenti della storia che vengono periodicamente rievocati e celebrati nelle ricorrenze festeggiate, il Carnevale contrappone le sue parate di Potere Precario, la Banalità, l’Effimero, quasi a voler sottolineare la vanità/inutilità di ogni e qualsiasi sforzo umano. Ad un mondo dominato dai concetti-valore di Decoro, Contegno, Decenza, Buone Maniere, Garbo, Self-control, il Carnevale presenta il suo protocollo invertito di valori, dove alla Logica e alla Ragione vengono a mancare le coordinate spazio-temporali, punti di forza per potere avere un controllo quale che sia del reale, dei non-sense, del non-comprensibile, del non-credibile, che risaputamente de-limita, sopraffà, disorienta l’uomo e la ragione alla quale lo stesso si affida.

    A Carnevale, ogni logica coerente e consonante è bandita. Qui non esiste più il prima né il dopo, non esiste, il tuo, né il mio. Non esistono doveri, né gerarchie sociali. Non esistono leggi o imposizioni di alcun genere, né logica consequenziale, né ordine, né addetti alla gestione di un ordine. L’unica legge, semmai ve ne è una, è quella di non aver legge.


Lo specchio

               Realtà                                     Carnevale

1
 Serietà
Beffa   Burla

2
 Logica
 Ragione
Assurdo, contraddizione
Paradosso

3 
Ordine  
Disordine
Trasgressione, Follia, Caos

4
Previsto
Imprevisto

5
Routine
Lavoro
Novità, Diverso
Diver/simento

6
Parate di potere
Autorità impettite
Parate trionfali

Satira del Potere  
Carri allegorici

7
Verità uniche
Doppiezza delle verità
8
Gerarchie sociali
“No” alle gerarchie!

9

Legge
Anarchia
L’unica Legge?
Non avere legge!

10
Condizionamento
Repressione
Libertà / Liberazione

11
Catene
Lo scatenarsi

12
Progetti assoluti 
Effimero, Precarietà
13

Tristezza - Amarezza
Allegria
14

Solitudine
Aggregazione
15

Malessere della vita
Benessere
16

Desideri repressi
Desideri realizzati

17
Serietà barbosa
Scherzi e Sorriso

18
Realtà
Irrealtà, Realtà capovolta

19
Dolori
Gioia

20
Maschera e Mimetismo 

Sogno, Alienazione