2015/02/14

TEATRO DONNAFUGATA IBLA Elogio al dr TITI' SCUCCES

Ragusa Ibla

Teatro Donnafugata


Elogio al dr Titì Scucces 

 Email inviata 
al Maestro Giovanni Cultrera di Montesano Direttore artistico del Teatro Donnafugata

                                               Gino Carbonaro

Nel mese di marzo del 2014 ho assistito al concerto della "Chroma Ensemble" in Tanguedia, con musiche di Astor Piazzolla.   In quella occasione, in quel concerto che mi era tanto piaciuto, felice del fatto che in questa Provincia di Ragusa fosse stato raggiunto in pochi decenni un simile livello musicale,  inviai al Maestro Cultrera una email 
in cui facevo delle considerazioni sulla funzione del Teatro Donnafugata in quanto volano della cultura musicale 
di questa Provincia.


Nanni carissimo,

Anch'io sono contento per te, per Voi, per tutti noi,
per quello che da qualche anno si sta realizzando
in questo piccolo/grande “Teatro Donnafugata” di Ibla.

Teatro che è diventato il fiore all'occhiello della nostra Provincia, così come tu sei diventato (a tua insaputa) 
la ciliegina sulla torta dell'avv. Titì Scucces,
promoter culturale che fra le tante sue intuizioni 
ha avuto tempo fa anche quella di rivolgersi a te 
per gestire il "suo" Teatro.



E dico "suo" (di lui) perché quando era appena terminato 
il restauro e la ristrutturazione, 
quando invitò mia moglie e me a visitare il Teatro,  
e, fra le altre storie ebbe a strappare dal palcoscenico 
il famoso pezzo di carta per far notare 
l'acustica “perfetta” del Teatro.
Proprio allora capii che per il nostro professore, 
quella struttura rappresentava tante cose. 
Storia di un passato che rivive in lui,
amore per la musica che è dentro di lui,
desiderio/bisogno di realizzare qualcosa
per realizzare se stesso,
e soprattutto Teatro come mezzo
per raggiungere un obiettivo,
realizzare una sua non confessata missione:
quella di portare avanti la cultura che lega passato
al presente e presente al futuro.
Presente (quello che viviamo)
che indica un percorso  
mentre consegna le nostre realizzazioni
alle generazioni future.

Teatro, quello dell’avvocato Scucces
che (Lui)  considera un binario 
dove far viaggiare musica, arte, cultura
che sono gli ingredienti nobili che formano la civiltà.

Ora, il professore Titì Scucces e
il Barone di Donnafugata (u patruni u luocu) genius loci,
(la cui ombra, vigila e protegge il tutto)
si sono fatti carico di un compito.   
Quello di offrire alla cittadinanza tutta,
un modello di vita diversa, dove cultura, passione e impegno
si sposano allo scopo unico di
realizzare un valore ineguagliabile.
Quello della musica. 
Valore che si realizza
mettendo a disposizione della collettività e dei musicisti  
uno spazio-tempo privilegiato 
all'interno del Teatro Dponnafugata,
dove, come in un Tempio laico,
si realizza la grande comunione delle anime,
l’unione spirituale fra compositori, interpreti, ascoltatori
e.. titolare del Teatro,
che grazie alla musica, al bel canto e all’arte,
vivono momenti di estasi
che “solo la musica” sa dare.

Aggiungo ancora? Che mia moglie ed io siamo attenti 
a non perdere un appuntamento musicale 
per il piacere di godere
il conforto spirituale di questo 

gioiello, bijoux, Teatro,

che esiste soprattutto per merito del nostro comune amico,
il professore (farmer) Titì Scucces.
Che Dio lo protegga!

Gino Carbonaro

2015/02/10

ITALO, un film di Alessia Scarso

Italo Barocco
Storia di un cane, di un paese 
e di tanti uomini

Italo era un cane senza padrone, che era solito gironzolare fra Piazza Municipio e la via Mormino Penna di Scicli. All'inizio nessuno si era accorto di lui, poi qualcuno notò (Biiih! Talìa!) che il cane entrava in Chiesa quando c'era gente, e prendeva anche parte a funerali e matrimoni. In breve tempo, dacché non era di nessuno, diventò il cane di tutti, e ci fu anche chi gli preparò un canile proprio in piazza a lato del Municipio. Ed è inutile dire che non gli mancò neppure da mangiare. Diventò così la mascotte della città, e alla sua morte, che addolorò tutta la cittadina di Scicli, quelli del Caffè Letterario "V. Brancati" pensarono bene di organizzare una mostra di pittura con artisti di tutta la provincia, che esposero quadri che ricordavano il cane che era di tutti, e che qualcuno aveva battezzato con il nome di "Italo". La giovane regista Alessia Scarso, pensò di cimentarsi con un soggetto, titolato "Italo", e che ricorda l'amico dell'uomo. Io ho visto due volte il film, e ho scritto le mie impressioni che riporto qui appresso.

Affermo che il film “Italo” con la regìa di Alessia Scarso
è un capolavoro “assoluto” per tanti motivi: per la bellezza del racconto semplice, delicato e coinvolgente, per la fotografia, serena ma sempre attenta e potente; per gli attori, tutti bravissimi (bambini compresi e cane), per la musica “meravigliosa” e funzionale (come poche volte notato in altri film), e soprattutto per la regia che serve allo spettatore avvertito per valutare non solo la professionalità, ma anche la personalità,  la intelligenza e lo spessore artistico e culturale di una regista che ha tantissimo da dire (e da dare) e che riesce a gestire tutto: il generale e il particolare del film, anche nei più piccoli dettagli.


Ma, andiamo con ordine, tenendo presente  che le chiavi di lettura del film sono molteplici.  


La trama? E’ una favola, leggera,  chiara, bilanciata, sostenuta da quella intelligenza attenta, accurata, sensibile che riesce a trasmettere emozioni. Chi assiste alla proiezione non si trova davanti solo alla storia di un cane, ma anche alla storia del rapporto che uomini (e donne) di un paese chiamato Scicli (sorta di “Macondo” siciliano) hanno con un cane che dapprima vogliono eliminare, proprio perché randagio, ma che poi accettano come creatura vivente che ha sensibilità e dolcezza non dissimile da quella che caratterizzano gli umani (quando gli umani non sono essi stessi animali).


Sotto questo profilo il film sottende qualche considerazione di carattere filosofico invitandoci a considerare il senso del nostro esistere, delle nostre azioni, delle nostre mutevoli considerazioni, così pure il nostro rapporto con gli altri esseri viventi (denominati animali) che come noi conoscono la solitudine, la sofferenza, la mancanza di affetti, e ancora, il concetto di vita e di morte. Ed esprime (la trama) il concetto di amore, e il rapporto che i bambini hanno con gli animali.  Il tutto raccontato,  senza retorica alcuna, né proponimenti pedagogici.


Eppure, la filosofia emerge all’interno di un “divertissement” che fonde la parodia con il sorriso, la commozione con la emozione, il riso con il pianto, e la forma teatrale che recupera il mimo con il linguaggio cinematografico.      


Soggetto e trama, dunque, non classificabili perché si passa da un realismo delicato, appena suggerito, ma sublimato con discrezione, a forme , si è detto, di parodia gioiosa, cui si aggiungono soluzioni geniali, come i dialoghi-muti fra il protagonista sindaco Carmelo Blanco e la dolce maestra Laura, e ancora i dialoghi/gossip alla Ionesco della Cantatrice Calva, della “gente” di paese, che parla bla-bla, mentre lo spettatore, senza udire parola alcuna, intuisce il senso di quei discorsi e gode di quelle conversazioni da lui immaginate.


Questi momenti, durante i quali la regia ha ritenuto di spegnere l’audio, sono impagabili, e sono proprio quelle pause di  silenzio che recuperano il mimo cinematografico, per me nuovo, che richiamano alla mente i film del primissimo surrealismo francese, evidenti nelle persone che in gruppo corrono al “rallentatore” all'inseguimento-ricerca del cane e delle tre donne che si recano in chiesa con passo lento, paludato, e ancora in altri passaggi del film. E sono forme di linguaggio nuovo, fresco e importantissimo. E mi riferisco alla utilizzazione di questi momenti linguisticamente “diversi” inseriti nel contesto, senza stridore, proprio perché fanno parte della logica di un racconto che chiama in causa, come ho già detto, anche la parodia.


E qui mi viene in mente il bellissimo comizio elettorale che viene interpretato sulla piazza da Carmelo Blanco e da una  “sempre” stupenda "Luisa Nigro".  


E ora torniamo alla fotografia dove si rileva l’uso pressocché costante del teleobiettivo e di telecamere in movimento che nella logica della regia servono per allontanare paesaggi e personaggi non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo per catturare una realtà che spesso sfuma nel sogno e nell’immaginario.


Bella ancora l’apparizione della cinquecento Fiat che investirà Italo e scende lenta e terribile in quella stradina che si apre davanti alla chiesa di San Giovanni. Bellissimo l’intervento dei mascheroni per comunicare la tragedia.


E ora, passiamo alla musica. Un gioiello. E non mi riferisco solo alla bellezza della composizione, sviluppata su più “movimenti” a volte marcetta gioiosa a volte tragica, ma anche alla sua utilizzazione che sostiene il racconto in modo incredibilmente funzionale ai vari momenti, con accelerazioni, rallentamenti, ritardi e pause di silenzio. Ed è elemento (quella musica) che contribuisce a trasmettere quelle emozioni che sono il pregio di questo lavoro.      


Va sottolineato ancora che il film è una novità sul mercato. E’ film che avrebbe potuto interessare Walt Disney, e che richiama alla memoria lo storico “Marcellino, pane e vino”, o anche i film di “Don Camillo e Peppone” o “Torna a casa Lassy”. E, perché no, il “Nuovo cinema Paradiso”.  Film puliti, per grandi e per piccini, che per lo spettatore sono una lezione su come si possano trascorrere due ore ripulendo lo spirito da quanto oggi ci viene propinato da raccapriccianti film di  violenza e di oscena pornografia.  


Un elogio a parte per la chiusura del film. Ho apprezzato molto che  fra i due potenziali fidanzati non ci fosse stato “il” bacio, che non pochi sceneggiatori e registi avrebbero inserito. Bellissima quella mano che “Meno il Sindaco” pone alla fine sulla spalla di "Laura la Maestra", mentre lo spettatore scorge la testa del bambino fra il padre e la futura nuova madre-amica.


Un elogio a tutti coloro che hanno gestito il cane che, certamente ha capito di essere un protagonista circondato da affetto da tutti coloro che gli stavano vicino.


Altre sorprese finali? Il film chiude con il nome del cane "Italo" (senza la tradizionale parole “Fine”) e commovente la meritata dedica a Nisveta Kurtagic, architetto, pittrice e donna di eccezionale valore, che non è più fra noi.


Ora mi accorgo di non aver parlato di Italo. Ma solo perché in questo film gli elementi tematici sono tanti. Attorno al cane, attore bravissimo, ruota una piccola storia politica, e ancora la dinamica classica delle bande di tutti i ragazzi, la storia di un bambino che ha perduto la madre, il rapporto di amicizia fra Meno e la sua amichetta, il parla-parla delle persone, insomma, uno spaccato composito di una bella cittadina con le sue campagne, il suo mare, i suoi colori, il profumo della terra che la circonda. E va detto ancora che il fiore all’occhiello del film è rappresentato da Natalino (?), lo sciocco del paese, l’uomo che apre il racconto, che attende alla stazione un treno (la madre?) che viene da lontano e non arriva mai. Attesa di affetti desiderati senza i quali l’uomo non può vivere.   


Considerazioni finali. Secondo me, il film è talmente bello che potrebbe fare il giro del mondo. Certamente, Maria Teresa Spanò vi porterà la nipotina Ilaria. E mi chiedo cosa ne penserebbero i Giapponesi, sempre sensibili a queste storie fondate su verità ideali che tutti desidererebbero vivere.
 
Ritengo infine che nella nostra Contea è fiorito qualcosa di nuovo: Alessia Scarso, regista-creativa, che come i grandi scrittori del recente passato (Raffaele Poidomani, Carmelo Assenza, Ciccio Belgiorno, e altri ancora), scultori come Nunzio Dipasquale, pittori contemporanei come Piero Guccione, Sonia Alvarez, e tanti altri, si è rivelata astro nascente nel firmamento del cinema italiano.

Dunque? E' logico andare a vedere il film che, al Cineplex di Ragusa continua ad essere proiettato da quattro settimane e ora è passato anche al "Fratelli Lumière".



Postilla. Io sono nato in Via Mormino Penna n. 48 (la scaletta vicina alla chiesa di Santa Teresa). In quella strada c'è parte la mia vita. Ma quanto ho scritto del film non c’entra con la mia storia.      

Gino Carbonaro

2015/01/26

Giuseppe Criscione Scultore e il Presepe


Giuseppe Criscione Scultore 
il Presepe


di Gino Carbonaro


Il Presepe e gli Artisti


Da sempre il Presepe ha fatto la felicità dei bambini,  
ha stimolato la fantasia degli artisti e i sentimenti degli uomni di buona volontà che ogni anno vogliono rivivere simbolicamente quel momento che è unico nella storia dell’uomo: la nascità di Gesù, l’avvento del Messia, l’annunzio della Buona Novella.


Ed è proprio per far sentire più vivo il messaggio del Natale, ma anche , e principalmente, per fare la felicità dei bambini, e di quelli che sono stati bambini, che molti di noi dicono grazie allo scultore Giuseppe Criscione che con le sue opere ha reso possibile la realizzazione di centinaia di Presepi.


Lo scultore Giuseppe Criscione


Artista ineccepibile, dotato di una fantasia creativa e di una abilità tecnica al di sopra del comune, Giuseppe Criscione possiede qualità  che non sono certamente richieste a un comune scultore. Per prima cosa, la capacità di operare nel formato ridotto, che è poi la dimensione delle miniature. In secondo luogo la precisa volontà di esprimersi in un linguaggio che deve essere comprensibile a tutti, perché è indispensabile che nel presepe, il messaggio dell’artista sia semplice, lineare, chiaro, per poter essere compreso senza intermediari, non solo dalle persone adulte, o dai cosiddetti intellettuali, ma anche, e principalmente, dai più piccoli, dai bambini, è in genere, dai non addetti ai lavori. E noi tutti sappiamo che per capire l’indescrivibile fascino delle statuine di Giuseppe Criscione, non c’è bisogno dell’opera mediatrice della critica. Incanto, emozione, meraviglia, commozione, poesia, sono sentimenti puri che ognuno di noi può provare e sperimentare in qualsiasi momento di fronte a questi piccoli, ma autentici capolavori.


Ed è proprio per questa linearità, semplicità e immediatezza di sentire, che qui, a Ragusa, si dice che Giuseppe Criscione è l’artista per antonomasia del Presepe, lo scultore che racconta per scene la storia quotidiana delle persone semplici, degli umili, che sono poi i prediletti da Dio. Ora, è una vecchietta che fila, ora un contadino che torna dai campi, lì un ciabattino che sorpreso in un momento irripetibile del proprio lavoro; là dietro un vecchietto solo e malato, circondato dalle sue piccole cose: un bicchiere, na lumera, una sedia sgangherata, un vaso da notte sotto il letto: oggetti vissuti, eppure dimenticati, che tornano a vivere da protagonisti in una dimensione eterna, rubata quasi al tarlo del tempo, riscattati dalla fantasia dell’artista. E quanta cura in quei particolari che parlano non meno dei personaggi, e come questi raccontano la loro storia, il segno del loro passaggio su questa Terra. Quella giacca bisunta sulle spalle del contadino che torna a casa dopo un giorno di lavoro, quei pantaloni tenuti in vita da mille rattoppi, quelle bisacce gonfie di erba di sentiero, tutto nelle opere di Giuseppe Criscione parla di terra, di lavoro, di storia e di passato.


La terra, e la storia di questa nostra terra, sono l’unica grande madre di questo grande artista; e gli uomini della terra, i contadini, ritornano a lei per mezzo del lavoro: un rito eterno quanto il mondo, che questi personaggi vivono come una religione.


Ma, andiamolo a visitare insieme, nel suo studio-bottega, questo artista-artigiano, questo lavoratore indefesso. Lo troveremo là, in qualsiasi ora del giorno, davanti a una statuina, circondato da mille piccoli attrezzi da lavoro, e sempre alle prese con l’argilla.


Criscione parla con noi mentre continua a lavorare, ma l’incanto e la magia sono nelle sue mani di prestigiatore che usando pizzichi di argilla informe abilmente manipolata dai polpastrelli delle sue dita, dà vita a una mano, a un braccio, a un particolare, che inseriti in contesti più ampi, danno senso e significato all’insieme.


Nasce proprio così, lentamente, un’opera d’arte, mentre, quasi per miracolo, una materia informe si trans-forma, si definisce, diventa linguaggio, e poi ancora messaggio, di cultura, di storia, di poesia.


                    Gino Carbonaro
                         


Proposta per un Presepe


Presentazione scritta per la "Mostra di 25 Terracotte"
di Giuseppe Criscione 
esposte presso la Chiesetta di S. Vito a Ragusa
16.12.1981 / 03.01.1982
 

   

2015/01/23

Giuseppe Criscione Scultore - Il mondo dei Poveri - Intervista immaginaria di Gino Carbonaro

Il mondo dei poveri


Giuseppe Criscione Scultore

I FIGLI DELLA TERRA


Intervista immaginaria a Giuseppe Criscione scultore ragusano


D. Maestro, Lei è uno dei pochi scultori ceramisti che nelle sue opere si ispira alla cultura siciliana contadina. Oggetto delle sue opere sono i poveri appartenenti a un mondo che Lei custodisce nel ricordo, ma che oggi è scomparso. cosa è che lo attrae di questo mondo e cosa lo spinge tuttora a riviverlo nelle sue culture?
R. Ritengo che all'interno di ognuno di noi ci sia un mondo di affetti, di immagini, di valori. È questa la realtà che forma il nostro io e lo sostiene. La nostra identità è fatta da questi eventi, ed è questo il mondo che alimenta la mia fantasia: mondo scomparso nella realtà, ma vivo  dentro di me.
D. Perché recupera sempre il mondo dei poveri?
R. L'anima della Sicilia era data dal popolo,, non dai ricchi. Se i poveri  non sono mai stati i protagonisti della “Storia” ufficiale, quella con la "esse" maiuscola, sono certamente protagonisti di una storia cosiddetta minore e, di riflesso della mia storia personale. Così rivedo i miei personaggi e li propongo ancora nelle mie statuine.
D. Cosa lo ha colpito maggiormente di questo mondo scomparso.
R. Forse, la sacralità del lavoro. La vita era lavoro, "travagghiu", travaglio dell'esistenza, sofferenza, patimenti, privazioni. Tutti portavano con sofferenza il peso dell'esistere. Tutti vivevano con poco, si accontentavano di poco, godevano del poco che si poteva ottenere dalla vita. Ogni siciliano diuna volta meriterebbe un monumento per come e quanto  ha lavorato. E il ricordo corre a mio padre che non conosceva riposo. All'epoca della mietitura, quando i covoni erano ancora nei campi, subito dopo la pausa di mezzogiorno, lasciava noi ragazzi stanchi all'ombra di un albero, e si allontanava alla ricerca di spighe cadute. Ben presto non lo vedevamo più all'orizzonte. Tornava dopo qualche ora con un sacchetto di spighe. Era questo il frutto della spigolatura,  che poneva sullo stesso piano l'uomo e la formica, entrambi protesi ad accumulare. Uomini e formiche che raccolgono, in concorrenza quasi, il chicco di grano da conservare per l'inverno. Era questa  la spigolatura.  Si chiamava così, ed era un contributo aggiunto all'alimento della famiglia.
D. Lei ritiene che quelli di una volta fossero tempi peggiori paragonati a quelli di oggi?
R. No! Erano solo tempi più duri, diversi. Mancava il benessere materiale, o perlomeno non c'era un ritorno economico proporzionato allo sforzo e all'impiego di energie impiegate,  ma c'era una sanità morale che oggi stentiamo a far capire alle nuove generazioni.
D. Com'erano le stagioni?
R. In Sicilia, si sa, esistono due stagioni. "A staçiuni" che è l'estate e "a m-mirnata" che è l'inverno. Nella lingua siciliana non esiste il termine per indicare la primavera e l'autunno. Di fatto, si temeva il freddo dell'inverno e il caldo dell'estate: il freddo che intirizziva le carni e il caldo che le bruciava. Ma, soprattutto, si temeva il vento che batteva allora, e batte tuttora inesorabile sugli altopiani iblei e sulle campagne scoperte. Di fronte al vento non c'era  nulla che potesse difendere il contadino che lavorava solo e sempre all'aperto.
D. A Vallelunga, vicino Palermo, c'era la neve d'inverno?
R. Sì, a Vallelunga,  dove mio padre lavorava e dove io sono nato, d'inverno c'era la neve. Certe mattine ci alzavamo, aprivamo la porta ed era incanto vedere tutto bianco. Con la neve che copriva ogni cosa, non si poteva andare a lavorare in campagna ed era questo l'unico periodo di riposo forzato. Allora, ci si preparava ad accendere il fuoco. Prendevamo la legna che era sistemata sotto il tetto, e mettevamo a cuocere le fave che mio padre, previdente, aveva messo a mollo nell'acqua la sera prima. Era gioia lo star seduti tutti insieme attorno al fuoco: mio padre, i miei fratelli, io stesso, mentre di tanto in tanto le mie sorelle avvicinavano qualche ceppo da aggiungere al fuoco. Erano forme di comunione spirituale intense, indimenticabili, che si concludevano con il pranzo, un semplice, ma caldo piatto di fave o di minestra accompagnati quando era possibile da un bicchiere di vino. Era questo il ristoro del corpo e la gioia dello spirito. La ricompensa meritata dopo un periodo di duro lavoro.
D. Certamente, era un tempo ed un mondo diverso quello di una volta. Ma non c'erano furti e ladri in questo mondo?
R. Potrei rispondere che non c'era nulla da rubare e forse per questo non esisteva il furto. Ma, è certo che non c'era la cultura del furto e non c'era aggressività in questo nostro povero mondo così ricco di valori. Le famiglie erano sane, unite, fortissime, capaci di rispondere in modo inversamente proporzionale alla pressione della realtà.  L'educazione avveniva per imitazione di modelli, e il modello che nessuno contestava era semplicemente questo: tutto deriva dal lavoro, la vita è lavoro,  e la giornata che scandisce il tempo della vita è lavoro.


La sveglia era data dal sole, ed era sempre il sole ad avvertire che la giornata di lavoro era finita. In quei tempi tutto era figlio della necessità, non c'erano alternative. C'era il diritto a vivere, ma c'era altresì il dovere di lavorare. Nient'altro. Un proverbio siciliano recita:
"Cu' nun travagghia né picca né duru,
veni lu mmiernu e si ratta lu culu".
Chi non lavora, non mangia. Questa era la legge di quei tempi e di quella gente che sapeva di dover fidare solo sulle proprie forze. Ed era fatica sopravvivere con quel poco che si riusciva a conquistare in quella dura guerra del vivere. Ci nutriva la speranza che forse un giorno, chissà le cose avrebbero potuto cambiare. Ma sapevamo altresì che nessuno regala niente. Vivere era un diritto naturale, ma in quel mondo, il vivere era sempre  il risultato di una fatica onesta, sana, e la sanità morale era religione di vita.
D. E' questo il mondo che Lei ritiene di esprimere nelle sue ceramiche?
R. Sì. I personaggi che io faccio rivivere nelle mie statuine sono i protagonisti della nostra storia minore, ma non per questo meno importante. Rivivono testimoni di una pagina di storia passata che ognuno di noi ha scritta nel proprio animo. I miei personaggi sono fratelli di un mondo sacro rubato alla memoria, che io ripropongo e consegno agli altri perché lo possano trasmettere ancora ad altri e custodire.
D. Lei parla di povertà alla gente di oggi che sembra voler dimenticare il passato, e  considera un valore la ricchezza e non la povertà di cui piuttosto bisogna vergognarsi.
R. La ricchezza è un valore perché protegge la vita, ma la ricchezza è sempre figlia del sacrificio. Chi lavora (e arricchisce) è uno che ha saputo soffrire e perciò con la ricchezza riscatta dai bisogni sé stesso, la sua famiglia, la società. Chi è ricco deve sentirsi orgoglioso del benessere raggiunto, ma non ha senso vergognarsi delle proprie origini. Gli indiani d'America sono orgogliosi di essere pellirossa.
D. Ma chi sono i personaggi che Lei fa rivivere nelle sue opere?
R. I soggetti delle mie statuine sono i nostri progenitori, i nostri antenati, quelli che sono fondamento della odierna piramide sociale, radici che alimentano tuttora il nostro spirito, sono i modelli di riferimento culturali registrati dentro di noi a livello profondo, uomini forti, santificati dalla sofferenza e dal lavoro. Titani che sono riusciti a sopravvivere in momenti duri, difficili.
                             LA VITA DI PAESE
D. Abbiamo parlato della vita di campagna, ma com'era la vita di paese nei tempi antichi?
R. Si stenta a crederlo, ma durante la settimana, i paesi erano quasi vuoti. Potevi percorrere la strada principale e non incontrare nessuno. I mezzi di sostentamento erano dati dalla terra. Di conseguenza ..
D. .. tutti abitavano nelle campagne?
R. Sì, ma bisogna distinguere. Il curatolo, che era colui che aveva in carico la massaria, di necessità abitava in campagna. Il curatolo doveva badare alle bestie, mungere, fare il formaggio, la ricotta, badare ai campi e perciò risiedeva nella masserie del padrone, "u patruni", con tutta la famiglia. Invece, il contadino che lavorava alla giornata, "u jurnataru", veniva incaricato a tempo da un factotum non aveva carico di animali. Di solito era costretto a fare il pendolare. Ma, la scelta di fare andata e ritorno dal paese dipendeva da tante cose, dalle abitudini del luogo, dalla distanza, dal possesso di un mezzo di trasporto, carro o asino. Comunque, per molti contadini era consuetudine antica ritornare in paese il sabato sera.
D. Dunque, la domenica tutti i contadini erano in paese?
R. Sì, la domenica mattina tutti i contadini con le loro famiglie rientravano in paese. Improvvisamente  le strade si animavano, le piazze si riempivano sino all'inverosimile di uomini riuniti in piccoli gruppi a discutere. Erano tutti vestiti a festa, di nero, così avrebbe detto Raffaele Poidomani.
D. Ma non vestivano di bianco nella Contea di Modica?
R. E' vero. Serafino Amabile Guastella, nella introduzione ai suoi "Canti popolari della Contea di Modica", dice che la domenica tutti i contadini che si riunivano in piazza erano vestiti di bianco, e l'affermazione è esatta. Esistono fotografie scattate verso la fine dell’ ’8oo nelle quali sono ripresi contadini modicani in gruppo, tutti vestiti di bianco, che era poi il colore della lana di pecora grezza. Ma questo è riferito al secolo scorso.  Poi, inspiegabilmente, non si sa né quando, né perché, la moda cambiò e lentamente i contadini cominciarono a vestire di nero.
D. Insomma, i contadini tornavano in paese per onorare il giorno di festa.
R. Sì. Però, approfittavano del giorno libero per sbrigare qualche faccenda personale. C'era chi passava dal barbiere, chi dal calzolaio, "u scarparu",  per farsi riparare le scarpe, chi si recava dal fabbroferraio, "u firraru", per ferrare il mulo o far limare la falce,  e chi si recava dal mastro carradore per contrattare il prezzo di un nuovo carro o fare riparare una ruota.
D. Ma allora, botteghe e negozi erano aperti anche di domenica?
R. Esatto, tutti i negozi erano aperti immancabilmente, perché era quello il giorno in cui l'artigiano sperava di poter incassare qualcosa. Verso mezzogiorno, però, le piazze si svuotavano lentamente e gli uomini ritornavano a casa per il pranzo. Quasi tutti, però,  andavano in chiesa per assistere alla messa. All'epoca, la religione era sentita e le chiese si riempivano fino all'inverosimile. Poi, nel pomeriggio, gli animali venivano riattaccati ai carri, su ogni carro si sistemava la famiglia e all'imbrunire erano tutti nuovamente in campagna.
D. Chi abitava nei paesi?
R. In paese vivevano gli artigiani:  fabbri, mastri carradori, falegnami, sarti, calzolai, muratori, e le poche famiglie dei contadini che facevano la spola fra paese e campagna.  In paese vivevano ancora i nobili e i piccoli proprietari terrieri, che passavano le loro lunghe giornate oziose a conversare di cose inutili, a giocare a carte nei circoli di conversazione. Però, anche questi, a partire dal mese di giugno, si trasferivano nelle loro ville e case di campagna.
D. Un modo come un altro per trascorre le vacanze estive?
R. Sì e no. I proprietari terrieri si trasferivano in campagna per la villeggiatura, ma soprattutto per essere presenti al momento del raccolto. Qui, in campagna, restavano tutta l'estate, sino alla raccolta delle olive, sino ai primi del mese di novembre. Insomma, facevano l'utile e il dilettevole: fuggivano l'afa e i miasmi estivi del paese e andavano a respirare l"aria fina" di campagna. Ed erano ai posti di comando per difendere i loro interessi al momento del raccolto.
D. Lei ricorda la scena del rientro dei carri, la sera?


R. Sì. E' uno spettacolo indimenticabile. I contadini-pendolari rientravano all'imbrunire, tutti con i loro  carri, preceduti dallo scampaniò dei campanellini appesi sulle bardature degli animali. Di questi contadini, ricordo i visi, bruciati dal sole, segnati dalla fatica, sana. Dirigevano i carri verso il sagrato della chiesa che per una notte si trasformava in grande parcheggio per carri. Si muovevano lentamente, con movimenti che definirei ieratici. Prima toglievano dal carro gli arnesi da lavoro, le bisacce, i panieri, per ultimo  le frasche per àrdere il forno o cucinare: fascìne che tutti i contadini portavano giornalmente dalla campagna. Lentamente veniva "spaiato" l'animale, mulo, asino o giumenta, per ultimo veniva sistemato il carro, accanto agli altri, con le aste protese al cielo. Poi, tirato per le redini, l'animale veniva portato nella stalla e il contadino entrava in casa, in genere una semplice stanza terranea, dove andava a sedersi, accanto al tavolo, "a buffetta", in attesa di cenare alla flebile luce di una lucerna ad olio. A tarda sera, il sagrato era pieno di centinaia di carri (che la mattina dopo non c'erano più). A questo rito partecipavano tutti i bambini che giocavano nella piazzetta del sagrato e che vedevano diminuire in poco tempo il loro spazio di gioco.
D. E' vero che molte famiglie tenevano gli animali in casa?
R. Sì, è vero. Molti contadini sistemavano “a staddha” un angolo della loro piccolissima casa di paese.
D. Ma quante erano le famiglie di contadini che tenevano l'animale in casa?
R. Certamente, "tutti". Solo chi aveva la possibilità economica avrebbe potuto affittare nelle vicinanze una stanzetta terranea da adibire a stalla. Ma non c’era da pensarci.
D. Oggi, sembra poco credibile che una famiglia possa scegliere di dormire con un mulo o un asino in casa.
R. Mi rendo conto che oggi possa essere poco credibile che uomini  e bestie dormissero sotto lo stesso tetto, a pochi metri di distanza gli uni dagli altri, ma non era una scelta, era una necessità. Ma anche di Gesù Cristo si dice che sia nato in una stalla, o in una casa adibita anche a stalla. Chi può dirlo. E poi, i paesi di una volta accoglievano al loro interno non solo gli uomini, ma anche le loro ricchezze, cioè gli animali. E  spesso, accanto all'asino, sempre in casa, trovava spazio anche la capretta che dava il latte quotidiano, qualche gallina sistemata nel vuoto sotto la mangiatoia e la gatta che sopravviveva cacciando topi. E poi, le strade, erano quotidiamente attraversate da decine di greggi di pecore e capre che la sera rientravano in paese. La simbiosi uomo-animale una volta era veramente forte.
D. Mi chiedo se questo non significava vivere in mezzo alla sporcizia.
R. Sì, gli animali sporcavano. Ma gli uomini di una volta consideravano naturale, convivere con gli escrementi. Le strade dell'epoca erano costantemente coperte di sterco animale. Ogni famiglia possedeva mediamente un mulo o un asino, così come oggi ogni famiglia possiede un'automobile. Se oggi c'è l'inquinamento ambientale  dovuto al fumo e all'ossido di carbonio delle auto, una volta c'era inquinamento dell'aria dovuto ai miasmi dello sterco e delle orine che sedimentavano nelle strade, che fra l'altro alimentavano la riproduzione di mosche, cimici e pidocchi, terreno di coltura ideale per la fermentazione batterica. Ci fermiamo qui.
D. Dunque, era così la Sicilia di una volta?

Il mondo dei poveri

Criscione Scultore

I FIGLI DELLA TERRA

Intervista immaginaria a Giuseppe Criscione scultore ragusano

D. Maestro, Lei è uno dei pochi scultori ceramisti che nelle sue opere si ispira alla cultura siciliana contadina. Oggetto delle sue opere sono i poveri appartenenti a un mondo che Lei custodisce nel ricordo, ma che oggi è scomparso. cosa è che lo attrae di questo mondo e cosa lo spinge tuttora a riviverlo nelle sue culture?
R. Ritengo che all'interno di ognuno di noi ci sia un mondo di affetti, di immagini, di valori. È questa la realtà che forma il nostro io e lo sostiene. La nostra identità è fatta da questi eventi, ed è questo il mondo che alimenta la mia fantasia: mondo scomparso nella realtà, ma vivo  dentro di me.
D. Perché recupera sempre il mondo dei poveri?
R. L'anima della Sicilia era data dal popolo,, non dai ricchi. Se i poveri  non sono mai stati i protagonisti della “Storia” ufficiale, quella con la "esse" maiuscola, sono certamente protagonisti di una storia cosiddetta minore e, di riflesso della mia storia personale. Così rivedo i miei personaggi e li propongo ancora nelle mie statuine.
D. Cosa lo ha colpito maggiormente di questo mondo scomparso.
R. Forse, la sacralità del lavoro. La vita era lavoro, "travagghiu", travaglio dell'esistenza, sofferenza, patimenti, privazioni. Tutti portavano con sofferenza il peso dell'esistere. Tutti vivevano con poco, si accontentavano di poco, godevano del poco che si poteva ottenere dalla vita. Ogni siciliano diuna volta meriterebbe un monumento per come e quanto  ha lavorato. E il ricordo corre a mio padre che non conosceva riposo. All'epoca della mietitura, quando i covoni erano ancora nei campi, subito dopo la pausa di mezzogiorno, lasciava noi ragazzi stanchi all'ombra di un albero, e si allontanava alla ricerca di spighe cadute. Ben presto non lo vedevamo più all'orizzonte. Tornava dopo qualche ora con un sacchetto di spighe. Era questo il frutto della spigolatura,  che poneva sullo stesso piano l'uomo e la formica, entrambi protesi ad accumulare. Uomini e formiche che raccolgono, in concorrenza quasi, il chicco di grano da conservare per l'inverno. Era questa  la spigolatura.  Si chiamava così, ed era un contributo aggiunto all'alimento della famiglia.
D. Lei ritiene che quelli di una volta fossero tempi peggiori paragonati a quelli di oggi?
R. No! Erano solo tempi più duri, diversi. Mancava il benessere materiale, o perlomeno non c'era un ritorno economico proporzionato allo sforzo e all'impiego di energie impiegate,  ma c'era una sanità morale che oggi stentiamo a far capire alle nuove generazioni.
D. Com'erano le stagioni?
R. In Sicilia, si sa, esistono due stagioni. "A staçiuni" che è l'estate e "a m-mirnata" che è l'inverno. Nella lingua siciliana non esiste il termine per indicare la primavera e l'autunno. Di fatto, si temeva il freddo dell'inverno e il caldo dell'estate: il freddo che intirizziva le carni e il caldo che le bruciava. Ma, soprattutto, si temeva il vento che batteva allora, e batte tuttora inesorabile sugli altopiani iblei e sulle campagne scoperte. Di fronte al vento non c'era  nulla che potesse difendere il contadino che lavorava solo e sempre all'aperto.
D. A Vallelunga, vicino Palermo, c'era la neve d'inverno?
R. Sì, a Vallelunga,  dove mio padre lavorava e dove io sono nato, d'inverno c'era la neve. Certe mattine ci alzavamo, aprivamo la porta ed era incanto vedere tutto bianco. Con la neve che copriva ogni cosa, non si poteva andare a lavorare in campagna ed era questo l'unico periodo di riposo forzato. Allora, ci si preparava ad accendere il fuoco. Prendevamo la legna che era sistemata sotto il tetto, e mettevamo a cuocere le fave che mio padre, previdente, aveva messo a mollo nell'acqua la sera prima. Era gioia lo star seduti tutti insieme attorno al fuoco: mio padre, i miei fratelli, io stesso, mentre di tanto in tanto le mie sorelle avvicinavano qualche ceppo da aggiungere al fuoco. Erano forme di comunione spirituale intense, indimenticabili, che si concludevano con il pranzo, un semplice, ma caldo piatto di fave o di minestra accompagnati quando era possibile da un bicchiere di vino. Era questo il ristoro del corpo e la gioia dello spirito. La ricompensa meritata dopo un periodo di duro lavoro.
D. Certamente, era un tempo ed un mondo diverso quello di una volta. Ma non c'erano furti e ladri in questo mondo?
R. Potrei rispondere che non c'era nulla da rubare e forse per questo non esisteva il furto. Ma, è certo che non c'era la cultura del furto e non c'era aggressività in questo nostro povero mondo così ricco di valori. Le famiglie erano sane, unite, fortissime, capaci di rispondere in modo inversamente proporzionale alla pressione della realtà.  L'educazione avveniva per imitazione di modelli, e il modello che nessuno contestava era semplicemente questo: tutto deriva dal lavoro, la vita è lavoro,  e la giornata che scandisce il tempo della vita è lavoro.

La sveglia era data dal sole, ed era sempre il sole ad avvertire che la giornata di lavoro era finita. In quei tempi tutto era figlio della necessità, non c'erano alternative. C'era il diritto a vivere, ma c'era altresì il dovere di lavorare. Nient'altro. Un proverbio siciliano recita:
"Cu' nun travagghia né picca né duru,
veni lu mmiernu e si ratta lu culu".
Chi non lavora, non mangia. Questa era la legge di quei tempi e di quella gente che sapeva di dover fidare solo sulle proprie forze. Ed era fatica sopravvivere con quel poco che si riusciva a conquistare in quella dura guerra del vivere. Ci nutriva la speranza che forse un giorno, chissà le cose avrebbero potuto cambiare. Ma sapevamo altresì che nessuno regala niente. Vivere era un diritto naturale, ma in quel mondo, il vivere era sempre  il risultato di una fatica onesta, sana, e la sanità morale era religione di vita.
D. E' questo il mondo che Lei ritiene di esprimere nelle sue ceramiche?
R. Sì. I personaggi che io faccio rivivere nelle mie statuine sono i protagonisti della nostra storia minore, ma non per questo meno importante. Rivivono testimoni di una pagina di storia passata che ognuno di noi ha scritta nel proprio animo. I miei personaggi sono fratelli di un mondo sacro rubato alla memoria, che io ripropongo e consegno agli altri perché lo possano trasmettere ancora ad altri e custodire.
D. Lei parla di povertà alla gente di oggi che sembra voler dimenticare il passato, e  considera un valore la ricchezza e non la povertà di cui piuttosto bisogna vergognarsi.
R. La ricchezza è un valore perché protegge la vita, ma la ricchezza è sempre figlia del sacrificio. Chi lavora (e arricchisce) è uno che ha saputo soffrire e perciò con la ricchezza riscatta dai bisogni sé stesso, la sua famiglia, la società. Chi è ricco deve sentirsi orgoglioso del benessere raggiunto, ma non ha senso vergognarsi delle proprie origini. Gli indiani d'America sono orgogliosi di essere pellirossa.
D. Ma chi sono i personaggi che Lei fa rivivere nelle sue opere?
R. I soggetti delle mie statuine sono i nostri progenitori, i nostri antenati, quelli che sono fondamento della odierna piramide sociale, radici che alimentano tuttora il nostro spirito, sono i modelli di riferimento culturali registrati dentro di noi a livello profondo, uomini forti, santificati dalla sofferenza e dal lavoro. Titani che sono riusciti a sopravvivere in momenti duri, difficili.
                                     LA VITA DI PAESE
D. Abbiamo parlato della vita di campagna, ma com'era la vita di paese nei tempi antichi?
R. Si stenta a crederlo, ma durante la settimana, i paesi erano quasi vuoti. Potevi percorrere la strada principale e non incontrare nessuno. I mezzi di sostentamento erano dati dalla terra. Di conseguenza ..
D. .. tutti abitavano nelle campagne?
R. Sì, ma bisogna distinguere. Il curatolo, che era colui che aveva in carico la massaria, di necessità abitava in campagna. Il curatolo doveva badare alle bestie, mungere, fare il formaggio, la ricotta, badare ai campi e perciò risiedeva nella masserie del padrone, "u patruni", con tutta la famiglia. Invece, il contadino che lavorava alla giornata, "u jurnataru", veniva incaricato a tempo da un factotum non aveva carico di animali. Di solito era costretto a fare il pendolare. Ma, la scelta di fare andata e ritorno dal paese dipendeva da tante cose, dalle abitudini del luogo, dalla distanza, dal possesso di un mezzo di trasporto, carro o asino. Comunque, per molti contadini era consuetudine antica ritornare in paese il sabato sera.
D. Dunque, la domenica tutti i contadini erano in paese?
R. Sì, la domenica mattina tutti i contadini con le loro famiglie rientravano in paese. Improvvisamente  le strade si animavano, le piazze si riempivano sino all'inverosimile di uomini riuniti in piccoli gruppi a discutere. Erano tutti vestiti a festa, di nero, così avrebbe detto Raffaele Poidomani.
D. Ma non vestivano di bianco nella Contea di Modica?
R. E' vero. Serafino Amabile Guastella, nella introduzione ai suoi "Canti popolari della Contea di Modica", dice che la domenica tutti i contadini che si riunivano in piazza erano vestiti di bianco, e l'affermazione è esatta. Esistono fotografie scattate verso la fine dell’ ’8oo nelle quali sono ripresi contadini modicani in gruppo, tutti vestiti di bianco, che era poi il colore della lana di pecora grezza. Ma questo è riferito al secolo scorso.  Poi, inspiegabilmente, non si sa né quando, né perché, la moda cambiò e lentamente i contadini cominciarono a vestire di nero.
D. Insomma, i contadini tornavano in paese per onorare il giorno di festa.
R. Sì. Però, approfittavano del giorno libero per sbrigare qualche faccenda personale. C'era chi passava dal barbiere, chi dal calzolaio, "u scarparu",  per farsi riparare le scarpe, chi si recava dal fabbroferraio, "u firraru", per ferrare il mulo o far limare la falce,  e chi si recava dal mastro carradore per contrattare il prezzo di un nuovo carro o fare riparare una ruota.
D. Ma allora, botteghe e negozi erano aperti anche di domenica?
R. Esatto, tutti i negozi erano aperti immancabilmente, perché era quello il giorno in cui l'artigiano sperava di poter incassare qualcosa. Verso mezzogiorno, però, le piazze si svuotavano lentamente e gli uomini ritornavano a casa per il pranzo. Quasi tutti, però,  andavano in chiesa per assistere alla messa. All'epoca, la religione era sentita e le chiese si riempivano fino all'inverosimile. Poi, nel pomeriggio, gli animali venivano riattaccati ai carri, su ogni carro si sistemava la famiglia e all'imbrunire erano tutti nuovamente in campagna.
D. Chi abitava nei paesi?
R. In paese vivevano gli artigiani:  fabbri, mastri carradori, falegnami, sarti, calzolai, muratori, e le poche famiglie dei contadini che facevano la spola fra paese e campagna.  In paese vivevano ancora i nobili e i piccoli proprietari terrieri, che passavano le loro lunghe giornate oziose a conversare di cose inutili, a giocare a carte nei circoli di conversazione. Però, anche questi, a partire dal mese di giugno, si trasferivano nelle loro ville e case di campagna.
D. Un modo come un altro per trascorre le vacanze estive?
R. Sì e no. I proprietari terrieri si trasferivano in campagna per la villeggiatura, ma soprattutto per essere presenti al momento del raccolto. Qui, in campagna, restavano tutta l'estate, sino alla raccolta delle olive, sino ai primi del mese di novembre. Insomma, facevano l'utile e il dilettevole: fuggivano l'afa e i miasmi estivi del paese e andavano a respirare l"aria fina" di campagna. Ed erano ai posti di comando per difendere i loro interessi al momento del raccolto.
D. Lei ricorda la scena del rientro dei carri, la sera?

R. Sì. E' uno spettacolo indimenticabile. I contadini-pendolari rientravano all'imbrunire, tutti con i loro  carri, preceduti dallo scampaniò dei campanellini appesi sulle bardature degli animali. Di questi contadini, ricordo i visi, bruciati dal sole, segnati dalla fatica, sana. Dirigevano i carri verso il sagrato della chiesa che per una notte si trasformava in grande parcheggio per carri. Si muovevano lentamente, con movimenti che definirei ieratici. Prima toglievano dal carro gli arnesi da lavoro, le bisacce, i panieri, per ultimo  le frasche per àrdere il forno o cucinare: fascìne che tutti i contadini portavano giornalmente dalla campagna. Lentamente veniva "spaiato" l'animale, mulo, asino o giumenta, per ultimo veniva sistemato il carro, accanto agli altri, con le aste protese al cielo. Poi, tirato per le redini, l'animale veniva portato nella stalla e il contadino entrava in casa, in genere una semplice stanza terranea, dove andava a sedersi, accanto al tavolo, "a buffetta", in attesa di cenare alla flebile luce di una lucerna ad olio. A tarda sera, il sagrato era pieno di centinaia di carri (che la mattina dopo non c'erano più). A questo rito partecipavano tutti i bambini che giocavano nella piazzetta del sagrato e che vedevano diminuire in poco tempo il loro spazio di gioco.
D. E' vero che molte famiglie tenevano gli animali in casa?
R. Sì, è vero. Molti contadini sistemavano “a staddha” un angolo della loro piccolissima casa di paese.
D. Ma quante erano le famiglie di contadini che tenevano l'animale in casa?
R. Certamente, "tutti". Solo chi aveva la possibilità economica avrebbe potuto affittare nelle vicinanze una stanzetta terranea da adibire a stalla. Ma non c’era da pensarci.
D. Oggi, sembra poco credibile che una famiglia possa scegliere di dormire con un mulo o un asino in casa.
R. Mi rendo conto che oggi possa essere poco credibile che uomini  e bestie dormissero sotto lo stesso tetto, a pochi metri di distanza gli uni dagli altri, ma non era una scelta, era una necessità. Ma anche di Gesù Cristo si dice che sia nato in una stalla, o in una casa adibita anche a stalla. Chi può dirlo. E poi, i paesi di una volta accoglievano al loro interno non solo gli uomini, ma anche le loro ricchezze, cioè gli animali. E  spesso, accanto all'asino, sempre in casa, trovava spazio anche la capretta che dava il latte quotidiano, qualche gallina sistemata nel vuoto sotto la mangiatoia e la gatta che sopravviveva cacciando topi. E poi, le strade, erano quotidiamente attraversate da decine di greggi di pecore e capre che la sera rientravano in paese. La simbiosi uomo-animale una volta era veramente forte.
D. Mi chiedo se questo non significava vivere in mezzo alla sporcizia.
R. Sì, gli animali sporcavano. Ma gli uomini di una volta consideravano naturale, convivere con gli escrementi. Le strade dell'epoca erano costantemente coperte di sterco animale. Ogni famiglia possedeva mediamente un mulo o un asino, così come oggi ogni famiglia possiede un'automobile. Se oggi c'è l'inquinamento ambientale  dovuto al fumo e all'ossido di carbonio delle auto, una volta c'era inquinamento dell'aria dovuto ai miasmi dello sterco e delle orine che sedimentavano nelle strade, che fra l'altro alimentavano la riproduzione di mosche, cimici e pidocchi, terreno di coltura ideale per la fermentazione batterica. Ci fermiamo qui.
D. Dunque, era così la Sicilia di una volta?
R. No, mi consenta. Era così l'Europa e il mondo di una volta. D'altro canto, solo le grandi città e solo le famiglie agiate possedevano qualche fognatura e qualche gabinetto. Neppure nella reggia di Versailles erano previsti gabinetti ma recipineti che fungevano da gabinetti.
D. Ma, le chiedo, come si risolvevano gli impellenti problemi personali per chi non era vicino a casa propria?
R. Nella Sicilia di fine secolo, ogni casa era fornita di vasi portatili, "cantri, silletta, catusi", ma anche di secchi di lamiera dismessi, che venivano igienicamente svuotati, qualche volta anche nelle strade, due volte al giorno, all'alba e al tramonto. Alla fine del secolo scorso e nei primi di questo secolo la prassi comune era questa. Tutti accettavano con naturalezza ciò che è naturale e, di conseguenza, tutti respiravano aria ammorbata. Si difendevano un poco i nobili che abitavano i palazzi con più piani. I "piani nobili" erano risaputamente più ventilati.
 
D. Restando all'igiene, è vero quello che qualcuno afferma, che strade e muri dei paesi erano letteralmente coperte di mosche?
R. Sì, è vero. Le mosche erano ovunque. Coprivano, come carte da parati, strade, muri, e si posavano su occhi, narici e bocche dei bambini, sulla carne appesa davanti alla porta dei macellai, ma anche sul cibo di chi stava pranzando. I ricchi che la domenica mangiavano pasta col brodo, di mosche ne vedevano decine, posate a cerchio sul piatto dove stavano mangiando. E non era caso raro che una o due cadessero sistematicamente dentro il piatto. E ancora, quando si andava fuori, si camminava solcando oceani di mosche posate ovunque, che si sollevavano in volo al passaggio della persona, per riposarsi di nuovo allo stesso posto di prima. Ma poi c'erano anche i pidocchi, le cimici, le pulci che non distinguevano fra la casa del povero e quella del ricco.
D. E' vero che le madri si mettevano al sole davanti la porta di casa per spidocchiare le teste dei loro bambini?

R. Sì. L'unica difesa contro i pidocchi era quella di spidocchiarsi. Non c'era altro rimedio. Nelle tiepide giornate primaverili le donne si sedevano all'aperto, il bambino o la bambina si appoggiava la testa sul grembo della madre, e si dava inizio alla attenta all'operazione di pulizia. Qualche volta interveniva la nonna all'impiedi, dietro le spalle, a spidocchiare la figlia, in una sorta di rapporto triangolare. Ma nessuno si vergognava per questo, perché era tutto naturale. Ma, poteva anche accadere di vedere file di bambini di altezza diversa che, per gioco, si spidocchiavano in una specie di catena di smontaggio. L'abilità stava nel fare con le dita una scriminatura nei capelli e seguire la linea con lo sguardo vigile allo scopo di intercettare pidocchi e lendini.
D. Era questo il segno della miseria?
R. No, era il segno dei tempi. La povertà dei tempi non è miseria. Nella miseria senti l'abbrutimento dello spirito. Ritengo si debba parlare di povertà, non di miseria.
D. Ma com'era divisa la casa che accoglieva anche l'asino la notte?
R. La casa era costituita da una semplice stanzetta, generalmente priva di finestra, divisa in due parti da un separé di canne e gesso. Entrando nella stanzetta, si rilevava subito un forno con la cucina, "a tannùra" per fare il pane. Poi un tavolo rettangolare, piccolo, "a buffetta", appoggiato al muro. Questo nella parte anteriore. Nella parte posteriore c'era uno spazio che conteneva il letto, e poteva accogliere tutti i componenti della famiglia o solo alcuni. Di regola, il letto matrimoniale stava appoggiato al muro. Accanto c’era quasi sempre una cassa di legno , "a cascia", che conteneva la biancheria del corredo, e un canterano con cassetti. Il canterano era solitamente fornito di uno specchio, sopra il quale c'era la fotografia dei nonni e comunque dei defunti. Ma tutta la parete e lo specchio erano coperti con le  fotografie dei cari, vivi e morti. Una sorta di altare dove erano esposti le immagini dei cari.  Si trattava dei Mani tutelari o Lari così come dicevano i latini ...
D. .. e nello shintoismo giapponese?
R. Sì, qualcosa di simile. I siciliani hanno adottato da sempre il culto religioso degli avi, ai quali dédicano un angolo della casa, in alto alla parete la croce del Cristo, sotto le foto degli avi illuminate da lucine che restavano sempre accese, notte e giorno. Era lo spazio sacro di chi proteggeva la famiglia.
D. Lei ha parlato di un solo letto matrimoniale, ma gli altri, se c'erano, dove dormivano?
R. Se si trattava di una figlia, la si faceva dormire sulla cassa. I maschi, invece, si accomodavano alla meglio nel pagliaio che era costruito sopra la stanza da letto.
D. E l'asino?
R. L'asino, quando c'era, si sistemava a destra, entrando; in questo caso il tavolo era messo a sinistra davanti al forno. E c'era anche chi dormiva dietro l'asino. Quello era il posto riservato al nonno, se viveva nella casa del figlio. Però, all'alba, lo spazio dell'asino si liberava e le donne provvedevano a pulirlo.
D. E il catuso? cioè il gabinetto portatile? Quello dove stava?
R. Il gabinetto portatile era posto sotto il letto. Ma i maschi lo usavano poco, in genere uscivano fuori, all’aperto. Se la campagna era vicina era risolto il problema.



Il mondo dei poveri

Criscione Scultore

I FIGLI DELLA TERRA

Intervista immaginaria a Giuseppe Criscione scultore ragusano

D. Maestro, Lei è uno dei pochi scultori ceramisti che nelle sue opere si ispira alla cultura siciliana contadina. Oggetto delle sue opere sono i poveri appartenenti a un mondo che Lei custodisce nel ricordo, ma che oggi è scomparso. cosa è che lo attrae di questo mondo e cosa lo spinge tuttora a riviverlo nelle sue culture?
R. Ritengo che all'interno di ognuno di noi ci sia un mondo di affetti, di immagini, di valori. È questa la realtà che forma il nostro io e lo sostiene. La nostra identità è fatta da questi eventi, ed è questo il mondo che alimenta la mia fantasia: mondo scomparso nella realtà, ma vivo  dentro di me.
D. Perché recupera sempre il mondo dei poveri?
R. L'anima della Sicilia era data dal popolo,, non dai ricchi. Se i poveri  non sono mai stati i protagonisti della “Storia” ufficiale, quella con la "esse" maiuscola, sono certamente protagonisti di una storia cosiddetta minore e, di riflesso della mia storia personale. Così rivedo i miei personaggi e li propongo ancora nelle mie statuine.
D. Cosa lo ha colpito maggiormente di questo mondo scomparso.
R. Forse, la sacralità del lavoro. La vita era lavoro, "travagghiu", travaglio dell'esistenza, sofferenza, patimenti, privazioni. Tutti portavano con sofferenza il peso dell'esistere. Tutti vivevano con poco, si accontentavano di poco, godevano del poco che si poteva ottenere dalla vita. Ogni siciliano diuna volta meriterebbe un monumento per come e quanto  ha lavorato. E il ricordo corre a mio padre che non conosceva riposo. All'epoca della mietitura, quando i covoni erano ancora nei campi, subito dopo la pausa di mezzogiorno, lasciava noi ragazzi stanchi all'ombra di un albero, e si allontanava alla ricerca di spighe cadute. Ben presto non lo vedevamo più all'orizzonte. Tornava dopo qualche ora con un sacchetto di spighe. Era questo il frutto della spigolatura,  che poneva sullo stesso piano l'uomo e la formica, entrambi protesi ad accumulare. Uomini e formiche che raccolgono, in concorrenza quasi, il chicco di grano da conservare per l'inverno. Era questa  la spigolatura.  Si chiamava così, ed era un contributo aggiunto all'alimento della famiglia.
D. Lei ritiene che quelli di una volta fossero tempi peggiori paragonati a quelli di oggi?
R. No! Erano solo tempi più duri, diversi. Mancava il benessere materiale, o perlomeno non c'era un ritorno economico proporzionato allo sforzo e all'impiego di energie impiegate,  ma c'era una sanità morale che oggi stentiamo a far capire alle nuove generazioni.
D. Com'erano le stagioni?
R. In Sicilia, si sa, esistono due stagioni. "A staçiuni" che è l'estate e "a m-mirnata" che è l'inverno. Nella lingua siciliana non esiste il termine per indicare la primavera e l'autunno. Di fatto, si temeva il freddo dell'inverno e il caldo dell'estate: il freddo che intirizziva le carni e il caldo che le bruciava. Ma, soprattutto, si temeva il vento che batteva allora, e batte tuttora inesorabile sugli altopiani iblei e sulle campagne scoperte. Di fronte al vento non c'era  nulla che potesse difendere il contadino che lavorava solo e sempre all'aperto.
D. A Vallelunga, vicino Palermo, c'era la neve d'inverno?
R. Sì, a Vallelunga,  dove mio padre lavorava e dove io sono nato, d'inverno c'era la neve. Certe mattine ci alzavamo, aprivamo la porta ed era incanto vedere tutto bianco. Con la neve che copriva ogni cosa, non si poteva andare a lavorare in campagna ed era questo l'unico periodo di riposo forzato. Allora, ci si preparava ad accendere il fuoco. Prendevamo la legna che era sistemata sotto il tetto, e mettevamo a cuocere le fave che mio padre, previdente, aveva messo a mollo nell'acqua la sera prima. Era gioia lo star seduti tutti insieme attorno al fuoco: mio padre, i miei fratelli, io stesso, mentre di tanto in tanto le mie sorelle avvicinavano qualche ceppo da aggiungere al fuoco. Erano forme di comunione spirituale intense, indimenticabili, che si concludevano con il pranzo, un semplice, ma caldo piatto di fave o di minestra accompagnati quando era possibile da un bicchiere di vino. Era questo il ristoro del corpo e la gioia dello spirito. La ricompensa meritata dopo un periodo di duro lavoro.
D. Certamente, era un tempo ed un mondo diverso quello di una volta. Ma non c'erano furti e ladri in questo mondo?
R. Potrei rispondere che non c'era nulla da rubare e forse per questo non esisteva il furto. Ma, è certo che non c'era la cultura del furto e non c'era aggressività in questo nostro povero mondo così ricco di valori. Le famiglie erano sane, unite, fortissime, capaci di rispondere in modo inversamente proporzionale alla pressione della realtà.  L'educazione avveniva per imitazione di modelli, e il modello che nessuno contestava era semplicemente questo: tutto deriva dal lavoro, la vita è lavoro,  e la giornata che scandisce il tempo della vita è lavoro.

La sveglia era data dal sole, ed era sempre il sole ad avvertire che la giornata di lavoro era finita. In quei tempi tutto era figlio della necessità, non c'erano alternative. C'era il diritto a vivere, ma c'era altresì il dovere di lavorare. Nient'altro. Un proverbio siciliano recita:
"Cu' nun travagghia né picca né duru,
veni lu mmiernu e si ratta lu culu".
Chi non lavora, non mangia. Questa era la legge di quei tempi e di quella gente che sapeva di dover fidare solo sulle proprie forze. Ed era fatica sopravvivere con quel poco che si riusciva a conquistare in quella dura guerra del vivere. Ci nutriva la speranza che forse un giorno, chissà le cose avrebbero potuto cambiare. Ma sapevamo altresì che nessuno regala niente. Vivere era un diritto naturale, ma in quel mondo, il vivere era sempre  il risultato di una fatica onesta, sana, e la sanità morale era religione di vita.
D. E' questo il mondo che Lei ritiene di esprimere nelle sue ceramiche?
R. Sì. I personaggi che io faccio rivivere nelle mie statuine sono i protagonisti della nostra storia minore, ma non per questo meno importante. Rivivono testimoni di una pagina di storia passata che ognuno di noi ha scritta nel proprio animo. I miei personaggi sono fratelli di un mondo sacro rubato alla memoria, che io ripropongo e consegno agli altri perché lo possano trasmettere ancora ad altri e custodire.
D. Lei parla di povertà alla gente di oggi che sembra voler dimenticare il passato, e  considera un valore la ricchezza e non la povertà di cui piuttosto bisogna vergognarsi.
R. La ricchezza è un valore perché protegge la vita, ma la ricchezza è sempre figlia del sacrificio. Chi lavora (e arricchisce) è uno che ha saputo soffrire e perciò con la ricchezza riscatta dai bisogni sé stesso, la sua famiglia, la società. Chi è ricco deve sentirsi orgoglioso del benessere raggiunto, ma non ha senso vergognarsi delle proprie origini. Gli indiani d'America sono orgogliosi di essere pellirossa.
D. Ma chi sono i personaggi che Lei fa rivivere nelle sue opere?
R. I soggetti delle mie statuine sono i nostri progenitori, i nostri antenati, quelli che sono fondamento della odierna piramide sociale, radici che alimentano tuttora il nostro spirito, sono i modelli di riferimento culturali registrati dentro di noi a livello profondo, uomini forti, santificati dalla sofferenza e dal lavoro. Titani che sono riusciti a sopravvivere in momenti duri, difficili.

LA VITA DI PAESE
D. Abbiamo parlato della vita di campagna, ma com'era la vita di paese nei tempi antichi?
R. Si stenta a crederlo, ma durante la settimana, i paesi erano quasi vuoti. Potevi percorrere la strada principale e non incontrare nessuno. I mezzi di sostentamento erano dati dalla terra. Di conseguenza ..
D. .. tutti abitavano nelle campagne?
R. Sì, ma bisogna distinguere. Il curatolo, che era colui che aveva in carico la massaria, di necessità abitava in campagna. Il curatolo doveva badare alle bestie, mungere, fare il formaggio, la ricotta, badare ai campi e perciò risiedeva nella masserie del padrone, "u patruni", con tutta la famiglia. Invece, il contadino che lavorava alla giornata, "u jurnataru", veniva incaricato a tempo da un factotum non aveva carico di animali. Di solito era costretto a fare il pendolare. Ma, la scelta di fare andata e ritorno dal paese dipendeva da tante cose, dalle abitudini del luogo, dalla distanza, dal possesso di un mezzo di trasporto, carro o asino. Comunque, per molti contadini era consuetudine antica ritornare in paese il sabato sera.
D. Dunque, la domenica tutti i contadini erano in paese?
R. Sì, la domenica mattina tutti i contadini con le loro famiglie rientravano in paese. Improvvisamente  le strade si animavano, le piazze si riempivano sino all'inverosimile di uomini riuniti in piccoli gruppi a discutere. Erano tutti vestiti a festa, di nero, così avrebbe detto Raffaele Poidomani.
D. Ma non vestivano di bianco nella Contea di Modica?
R. E' vero. Serafino Amabile Guastella, nella introduzione ai suoi "Canti popolari della Contea di Modica", dice che la domenica tutti i contadini che si riunivano in piazza erano vestiti di bianco, e l'affermazione è esatta. Esistono fotografie scattate verso la fine dell’ ’8oo nelle quali sono ripresi contadini modicani in gruppo, tutti vestiti di bianco, che era poi il colore della lana di pecora grezza. Ma questo è riferito al secolo scorso.  Poi, inspiegabilmente, non si sa né quando, né perché, la moda cambiò e lentamente i contadini cominciarono a vestire di nero.
D. Insomma, i contadini tornavano in paese per onorare il giorno di festa.
R. Sì. Però, approfittavano del giorno libero per sbrigare qualche faccenda personale. C'era chi passava dal barbiere, chi dal calzolaio, "u scarparu",  per farsi riparare le scarpe, chi si recava dal fabbroferraio, "u firraru", per ferrare il mulo o far limare la falce,  e chi si recava dal mastro carradore per contrattare il prezzo di un nuovo carro o fare riparare una ruota.
D. Ma allora, botteghe e negozi erano aperti anche di domenica?
R. Esatto, tutti i negozi erano aperti immancabilmente, perché era quello il giorno in cui l'artigiano sperava di poter incassare qualcosa. Verso mezzogiorno, però, le piazze si svuotavano lentamente e gli uomini ritornavano a casa per il pranzo. Quasi tutti, però,  andavano in chiesa per assistere alla messa. All'epoca, la religione era sentita e le chiese si riempivano fino all'inverosimile. Poi, nel pomeriggio, gli animali venivano riattaccati ai carri, su ogni carro si sistemava la famiglia e all'imbrunire erano tutti nuovamente in campagna.
D. Chi abitava nei paesi?
R. In paese vivevano gli artigiani:  fabbri, mastri carradori, falegnami, sarti, calzolai, muratori, e le poche famiglie dei contadini che facevano la spola fra paese e campagna.  In paese vivevano ancora i nobili e i piccoli proprietari terrieri, che passavano le loro lunghe giornate oziose a conversare di cose inutili, a giocare a carte nei circoli di conversazione. Però, anche questi, a partire dal mese di giugno, si trasferivano nelle loro ville e case di campagna.
D. Un modo come un altro per trascorre le vacanze estive?
R. Sì e no. I proprietari terrieri si trasferivano in campagna per la villeggiatura, ma soprattutto per essere presenti al momento del raccolto. Qui, in campagna, restavano tutta l'estate, sino alla raccolta delle olive, sino ai primi del mese di novembre. Insomma, facevano l'utile e il dilettevole: fuggivano l'afa e i miasmi estivi del paese e andavano a respirare l"aria fina" di campagna. Ed erano ai posti di comando per difendere i loro interessi al momento del raccolto.
D. Lei ricorda la scena del rientro dei carri, la sera?

R. Sì. E' uno spettacolo indimenticabile. I contadini-pendolari rientravano all'imbrunire, tutti con i loro  carri, preceduti dallo scampaniò dei campanellini appesi sulle bardature degli animali. Di questi contadini, ricordo i visi, bruciati dal sole, segnati dalla fatica, sana. Dirigevano i carri verso il sagrato della chiesa che per una notte si trasformava in grande parcheggio per carri. Si muovevano lentamente, con movimenti che definirei ieratici. Prima toglievano dal carro gli arnesi da lavoro, le bisacce, i panieri, per ultimo  le frasche per àrdere il forno o cucinare: fascìne che tutti i contadini portavano giornalmente dalla campagna. Lentamente veniva "spaiato" l'animale, mulo, asino o giumenta, per ultimo veniva sistemato il carro, accanto agli altri, con le aste protese al cielo. Poi, tirato per le redini, l'animale veniva portato nella stalla e il contadino entrava in casa, in genere una semplice stanza terranea, dove andava a sedersi, accanto al tavolo, "a buffetta", in attesa di cenare alla flebile luce di una lucerna ad olio. A tarda sera, il sagrato era pieno di centinaia di carri (che la mattina dopo non c'erano più). A questo rito partecipavano tutti i bambini che giocavano nella piazzetta del sagrato e che vedevano diminuire in poco tempo il loro spazio di gioco.
D. E' vero che molte famiglie tenevano gli animali in casa?
R. Sì, è vero. Molti contadini sistemavano “a staddha” un angolo della loro piccolissima casa di paese.
D. Ma quante erano le famiglie di contadini che tenevano l'animale in casa?
R. Certamente, "tutti". Solo chi aveva la possibilità economica avrebbe potuto affittare nelle vicinanze una stanzetta terranea da adibire a stalla. Ma non c’era da pensarci.
D. Oggi, sembra poco credibile che una famiglia possa scegliere di dormire con un mulo o un asino in casa.
R. Mi rendo conto che oggi possa essere poco credibile che uomini  e bestie dormissero sotto lo stesso tetto, a pochi metri di distanza gli uni dagli altri, ma non era una scelta, era una necessità. Ma anche di Gesù Cristo si dice che sia nato in una stalla, o in una casa adibita anche a stalla. Chi può dirlo. E poi, i paesi di una volta accoglievano al loro interno non solo gli uomini, ma anche le loro ricchezze, cioè gli animali. E  spesso, accanto all'asino, sempre in casa, trovava spazio anche la capretta che dava il latte quotidiano, qualche gallina sistemata nel vuoto sotto la mangiatoia e la gatta che sopravviveva cacciando topi. E poi, le strade, erano quotidiamente attraversate da decine di greggi di pecore e capre che la sera rientravano in paese. La simbiosi uomo-animale una volta era veramente forte.
D. Mi chiedo se questo non significava vivere in mezzo alla sporcizia.
R. Sì, gli animali sporcavano. Ma gli uomini di una volta consideravano naturale, convivere con gli escrementi. Le strade dell'epoca erano costantemente coperte di sterco animale. Ogni famiglia possedeva mediamente un mulo o un asino, così come oggi ogni famiglia possiede un'automobile. Se oggi c'è l'inquinamento ambientale  dovuto al fumo e all'ossido di carbonio delle auto, una volta c'era inquinamento dell'aria dovuto ai miasmi dello sterco e delle orine che sedimentavano nelle strade, che fra l'altro alimentavano la riproduzione di mosche, cimici e pidocchi, terreno di coltura ideale per la fermentazione batterica. Ci fermiamo qui.
D. Dunque, era così la Sicilia di una volta?
R. No, mi consenta. Era così l'Europa e il mondo di una volta. D'altro canto, solo le grandi città e solo le famiglie agiate possedevano qualche fognatura e qualche gabinetto. Neppure nella reggia di Versailles erano previsti gabinetti ma recipineti che fungevano da gabinetti.
D. Ma, le chiedo, come si risolvevano gli impellenti problemi personali per chi non era vicino a casa propria?
R. Nella Sicilia di fine secolo, ogni casa era fornita di vasi portatili, "cantri, silletta, catusi", ma anche di secchi di lamiera dismessi, che venivano igienicamente svuotati, qualche volta anche nelle strade, due volte al giorno, all'alba e al tramonto. Alla fine del secolo scorso e nei primi di questo secolo la prassi comune era questa. Tutti accettavano con naturalezza ciò che è naturale e, di conseguenza, tutti respiravano aria ammorbata. Si difendevano un poco i nobili che abitavano i palazzi con più piani. I "piani nobili" erano risaputamente più ventilati.
 
D. Restando all'igiene, è vero quello che qualcuno afferma, che strade e muri dei paesi erano letteralmente coperte di mosche?
R. Sì, è vero. Le mosche erano ovunque. Coprivano, come carte da parati, strade, muri, e si posavano su occhi, narici e bocche dei bambini, sulla carne appesa davanti alla porta dei macellai, ma anche sul cibo di chi stava pranzando. I ricchi che la domenica mangiavano pasta col brodo, di mosche ne vedevano decine, posate a cerchio sul piatto dove stavano mangiando. E non era caso raro che una o due cadessero sistematicamente dentro il piatto. E ancora, quando si andava fuori, si camminava solcando oceani di mosche posate ovunque, che si sollevavano in volo al passaggio della persona, per riposarsi di nuovo allo stesso posto di prima. Ma poi c'erano anche i pidocchi, le cimici, le pulci che non distinguevano fra la casa del povero e quella del ricco.
D. E' vero che le madri si mettevano al sole davanti la porta di casa per spidocchiare le teste dei loro bambini?

R. Sì. L'unica difesa contro i pidocchi era quella di spidocchiarsi. Non c'era altro rimedio. Nelle tiepide giornate primaverili le donne si sedevano all'aperto, il bambino o la bambina si appoggiava la testa sul grembo della madre, e si dava inizio alla attenta all'operazione di pulizia. Qualche volta interveniva la nonna all'impiedi, dietro le spalle, a spidocchiare la figlia, in una sorta di rapporto triangolare. Ma nessuno si vergognava per questo, perché era tutto naturale. Ma, poteva anche accadere di vedere file di bambini di altezza diversa che, per gioco, si spidocchiavano in una specie di catena di smontaggio. L'abilità stava nel fare con le dita una scriminatura nei capelli e seguire la linea con lo sguardo vigile allo scopo di intercettare pidocchi e lendini.
D. Era questo il segno della miseria?
R. No, era il segno dei tempi. La povertà dei tempi non è miseria. Nella miseria senti l'abbrutimento dello spirito. Ritengo si debba parlare di povertà, non di miseria.
D. Ma com'era divisa la casa che accoglieva anche l'asino la notte?
R. La casa era costituita da una semplice stanzetta, generalmente priva di finestra, divisa in due parti da un separé di canne e gesso. Entrando nella stanzetta, si rilevava subito un forno con la cucina, "a tannùra" per fare il pane. Poi un tavolo rettangolare, piccolo, "a buffetta", appoggiato al muro. Questo nella parte anteriore. Nella parte posteriore c'era uno spazio che conteneva il letto, e poteva accogliere tutti i componenti della famiglia o solo alcuni. Di regola, il letto matrimoniale stava appoggiato al muro. Accanto c’era quasi sempre una cassa di legno , "a cascia", che conteneva la biancheria del corredo, e un canterano con cassetti. Il canterano era solitamente fornito di uno specchio, sopra il quale c'era la fotografia dei nonni e comunque dei defunti. Ma tutta la parete e lo specchio erano coperti con le  fotografie dei cari, vivi e morti. Una sorta di altare dove erano esposti le immagini dei cari.  Si trattava dei Mani tutelari o Lari così come dicevano i latini ...
D. .. e nello shintoismo giapponese?
R. Sì, qualcosa di simile. I siciliani hanno adottato da sempre il culto religioso degli avi, ai quali dédicano un angolo della casa, in alto alla parete la croce del Cristo, sotto le foto degli avi illuminate da lucine che restavano sempre accese, notte e giorno. Era lo spazio sacro di chi proteggeva la famiglia.
D. Lei ha parlato di un solo letto matrimoniale, ma gli altri, se c'erano, dove dormivano?
R. Se si trattava di una figlia, la si faceva dormire sulla cassa. I maschi, invece, si accomodavano alla meglio nel pagliaio che era costruito sopra la stanza da letto.
D. E l'asino?
R. L'asino, quando c'era, si sistemava a destra, entrando; in questo caso il tavolo era messo a sinistra davanti al forno. E c'era anche chi dormiva dietro l'asino. Quello era il posto riservato al nonno, se viveva nella casa del figlio. Però, all'alba, lo spazio dell'asino si liberava e le donne provvedevano a pulirlo.
D. E il catuso? cioè il gabinetto portatile? Quello dove stava?
R. Il gabinetto portatile era posto sotto il letto. Ma i maschi lo usavano poco, in genere uscivano fuori, all’aperto. Se la campagna era vicina era risolto il problema.