2016/01/17

Biography, Gino, Carbonaro

Biography

GINO CARBONARO 




     Prof. Gino Carbonaro graduated as Doctor of Philosophy at Rome University, “La Sapienza”. 

     During his working career, he lectured Italian and History, and later he became a High School Principal.

     He is involved in many activities.

     As a writer, he contributes articles on various subjects to the ‘Culture Page’ of a national newspaper called “La Sicilia”, he also wrote and published a book on Sicilian Proverbs and Traditions called “The Woman in Sicilian Proverbs”. 

     To promote local writers, he has edited and published various books. 

     He is also an Art Critic and Musician.
     
     He studies and collects worldwide folk music. He plays the piano accordion, which he has studied since the age of eleven.

     He has recorded many CDs, including “The County of Modica”, containing traditional Sicilian Accordion Folk Music.

     In his "Blog Page", he has published essays on various subjects such as “The lives of Salieri and Mozart”, “Canova, the sculptur” and “The Argentinean Tango and its  History”.

     On YouTube, he has recorded some of his piano accordion interpretations including some of the most famous  Argentinean Tangos. 

     In 2006 he was invited to visit Japan by the Osaka Cultural Centre to promote Sicilian folk Music in eight different schools. 

     During his visit there, he gave several concerts. 
1. “Kubo” Auditorium & Museum of  
     Ethnography. 
2. “Jubel Hall Theatre”. 
3. “Madama Mura”, a place of spiritual meditation, and 4. 
4.  A private Theatre in Kobe. 

     For 12 years, from 1994 to 2006, he was a member of the jury of the International Competition “Ibla Grand Prize” in Italy.

     He lives in the countryside, just outside the town of Ragusa, Sicily with his Scottish wife, Claire, and their three sons.    

2016/01/13

Cultura Erudizione Etica

CULTURA  ed ETICA  
SOCIALE


                                         di Gino Carbonaro


Etica: Se non sono per me stesso, chi è per me?
                Ma se sono per me solo, chi sono io?
                                  (Vangeli molto spuri)




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     Prima di cominciare è necessario chiarire il concetto di erudizione e quello di cultura.

     L’erudito DOC è un individuo dotato di grande memoria. Si tratta di una persona che legge molto ed è  informato di tutto. Ricorda nomi, titoli e contenuti di libri, notizie, date, e cose lette anche anni prima. Ed è un individuo il cui “sapere” sorprende chiunque. Va, però, sottolineato che l’“homo eruditus” è un soggetto che, in qualsiasi intervento, fa suo ciò che ha letto in precedenza. E può anche scrivere al mattino un libro con le cose lette la sera prima. E non è merito di poco. Ma, in quello che dice e che sa, c’è solitamente non molto di suo. E’ chiaro, che la parte della mente impegnata in questo caso è la “memoria” 
(certamente portentosa) che fa dell’erudito una sorta di enciclopedia vivente.[1]  E però, qui sta l’errore. Chi ascolta un erudito, è portato a definirlo uomo “colto” o di “larga cultura”. Ma, in questo caso, la analogia fra erudizione e cultura è chiaramente impropria. Sotto questo profilo, l'erudizione è spesso una "infelix supellex", come l'ha definita qualcuno.      

1. Passiamo al concetto di cultura. L’etimo è latino. Il termine discende da “colo” (= coltivo). L’uomo che si è soliti definire “colto” è colui, che "si coltiva", che coltiva la sua mente. Colui, che dentro di sé mette a dimora gli stimoli (o semi) offerti dall’ambiente, li custodisce con vigile attenzione, li elabora, li fertilizza, li annaffia, come fa un contadino con i semi che ha messo a dimora nella sua terra, e in perfetta analogia, si comporta l’uomo interessato ai concetti che ha messo a dimora nella sua mente. In entrambi (contadino e uomo di cultura) lo scopo è quello di raccogliere i frutti di questa “coltura” o “cultura”. Frutti della terra e frutti della mente.

2. Per cultura si intende “tutto” quanto è prodotto dalla mente di una sola persona o di un intero popolo. Una persona scrive un romanzo, un pittore dipinge un quadro: poesia, romanzo, quadro sono prodotti della mente, dunque prodotti culturali. Per un uomo si può parlare di cultura quando dalla sua mente riesce a far germogliare qualcosa di nuovo.

Al contrario della erudizione, che fa leva sulla memoria, la produzione culturale è prodotto della intelligenza. La cultura è dinamica, l’erudizione è informazione statica, non lievitata.

Per essere produttori di cultura, si possono comprare i frutti al mercato delle parole, in televisione, o nei libri scritti da altri, ma queste informazioni vanno ricevute sempre in posizione critica. Cultura è quella che ognuno di noi riesce a far venire fuori col forcipe socratico dall’interno della mente. Cultura è anche sinonimo di novità.    

 3. Così, un telaio come la scoperta del fuoco e la sua multiforme funzione, maschere, poesia, canti, musica, danze, medicine, cibo, armi, schemi di rapporti sociali, modalità di trasporto, scoperte varie, su su fino ad arrivare al computer e alle eterogene e molteplici sue funzioni sono scoperte culturali, prodotti della intelligenza. Ma, fanno ancora parte delle varie culture del mondo gli usi, i costumi, le consuetudini e con esse credenze religiose, superstizioni, riti e miti, e ancora il modo di gestire festività (religiose e laiche) e così via. Anche una particolare filosofia della vita e la stessa politica con le modalità applicate alla sua gestione sono creazione della mente umana, prodotti della cultura di un popolo.

La storia registra che ogni epoca e ogni popolo ha avuto soluzioni culturali simili, e nello stesso tempo differenti. Un esempio. Tutti i popoli hanno una religione, ma è culturalmente diverso il modo di immaginare la divinità e di pregare. Tutti i popoli mangiano, ma la cucina è culturalmente diversa. Tutti i popoli conoscono la musica, il canto, la danza, ma tutti i popoli sono stati produttori autonomi di danze, canti e musica.  

4. Una contraddizione su questo punto è però possibile. Se la cultura è scoperta, ed è allo stesso tempo messa a punto di soluzioni “migliori” anche se diverse da popolo a popolo, la cultura, proprio perché dinamica, deve essere anche autocritica  e innovativa per principio, quindi soggetta a una necessaria e continua revisione e modificazione. Ma, è comprensibile che, se una nuova scoperta (culturale) è considerata la soluzione migliore, è facile la si ritenga implicitamente giusta e quindi “non sottoposta a cambiamento”. 

5. Il principio vale anche per le religioni e per le loro presunte verità solitamente ritenute messaggio di Dio, pertanto vere, eterne, immodificabili. Ma, se le verità religiose vengono considerate immutabili, è chiaro che tendono a cristallizzarsi, ad ingessarsi, congelandosi. Questo, si è detto, vale per le religioni, soprattutto quando tendono a privilegiare i riti, perdendo il loro naturale collegamento con l’etica, e il loro rapporto con la natura. Unica eccezione sembra essere data dal buddismo. Difatti, ancora in vita, Buddha consigliava ai suoi seguaci di non accettare ciecamente le sue parole come atto di fede.

6. In ogni caso, la cultura è nobile strumento degli umani se si fonda su valori non negoziabili di libertà, rispetto, giustizia, armonia, bellezza per tutto ciò che ci circonda: uomini, animali, piante, ambiente, ecosistema.

7. In questo caso, cultura è sinonimo di civiltà. E, civiltà si ha solo se si rispetta il pianeta e quant’altro si trova su questo pianeta.

8. Sino a questo momento abbiamo utilizzato il concetto di cultura in una accezione positiva. In questo caso, il termine è adoperato in antropologia culturale, disciplina che studia le forme mentali dei popoli, le tradizioni, con implicito rispetto alle radici di ogni popolo, rispetto per usi e costumi, rispetto solitamente accompagnato da un atteggiamento sacrale e spesso di stupore per tutto ciò che proviene dal passato. Per questo si dice cultura egizia, greca, azteca, cinese, rinascimentale, contadina, marinara, mediterranea e così via, per definire moduli, creatività, strutture mentali e le complesse risoluzioni che ogni popolo ha dato per risolvere i principi della sopravvivenza e della coesistenza all’interno della propria società e nei rapporti con l’ambiente. Ma, si dice ancora cultura dei giovani, per indicare abitudini, comportamenti, modelli di vita e valori delle nuove generazioni, ivi compreso il modo di trascorrere il tempo libero delle “new generation”.

9. A questo modello di cultura agganciata a valori “positivi”, va però aggiunto il concetto di cultura “negativa” solitamente battezzata con il neologismo “incultura”, con il quale si definisce ogni comportamento disarmonico, egocentrico, di non rispetto dell’altro e immorale. Al concetto di incultura vanno convogliate le abitudini innaturali (vedi costumi sessuali degli abitanti di Sodoma e Gomorra), vedi le organizzazioni a delinquere e del malaffare, e le loro leggi, la corruzione, e ancora la mancanza di etica professionale nel lavoro, il non rispetto degli anziani, il disprezzo delle leggi e della parola data, dei diritti del prossimo, la violenza sulle donne, le culture schizofreniche e la filosofia della sopraffazione e della  guerra (razzismo e nazionalismo) e così via.      
  
Fare cultura a Ragusa


10.  Se cultura vuol dire civiltà e civiltà significa rispetto di valori allo scopo di vivere in pace per realizzare un progetto di vita accettabile, in questo caso cultura è sinonimo di “armonia”, che è il simbolo ideografico cinese esposto ovunque, nelle pubbliche amministrazioni giapponesi. Armonia, che è obiettivo massimo da realizzare in ogni famiglia e in ogni società. Ma, cultura vuol dire anche apertura al dialogo per capire, per venirsi incontro, offrire, ma anche ricevere, per poter trans-correre in modo sano e godibile il tempo da vivere su questa Terra. Sono queste alcune componenti della civiltà.

11. Nel "Progetto cultura a Ragusa", la nostra attenzione è rivolta al cittadino, ma soprattutto alle nuove generazioni, alle donne e agli anziani. Lo scopo è quello di venire incontro ai molteplici bisogni di tutti: esorcizzare la solitudine, aiutare i bisognosi di affetti, aiutare "l’altro" a dare un senso alla vita. Se nella cultura contadina, che l’umanità si è appena lasciata alle spalle, lo scopo dell’esistere era il lavoro in campagna e la protezione del nucleo familiare, oggi lo scopo è quello di evitare incomprensioni e disarmonie, sofferenze e fatiche estreme dei cittadini  e della società.

Protagonisti della cultura siamo tutti, "Cittadini e Amministratori della cosa pubblica", la cui funzione è quella di risolvere i problemi della collettività, non  certo quella di aumentarli. Amministratori, dunque, al “servizio” del cittadino, non al suo “sevizio”. Amministratori delegati a risolvere i problemi dei cittadini, non a crearli. Tanto avviene solo se c’è un impianto morale e una vigile attenzione che sostiene il servizio pubblico, e ancora, se c’è dialogo, così come dialogano in armonia tutte le parti di un corpo vivente. Se un uomo si fa male a un piede, una rete elettro-chimica manda l’impulso al cervello e lo informa della sua sofferenza dolorosa in una parte estrema del corpo. Il cervello riceve l’informazione e provvede (ove possibile) a spostare d’impulso il piede. 

Così, se un cittadino ha un problema personale o rileva un problema sociale deve poter avere un contatto con chi gestisce la cosa pubblica, che definiamo Mente, (rappresentata dai pubblici funzionari) che deve attivarsi (anche rispondendo al telefono o ad una email), facendo proprio il problema al fine di provvedere alla sua risoluzione. Ma, proprio questo non avviene, o avviene con modalità che il cittadino non conosce. Ed è allora che la società entra in sofferenza e la burocrazia diventa "il" vero problema della società.

La cornice culturale della società è l’apertura della Amministrazione pubblica al cittadino, sulla base di quella che si definisce etica. Ed è chiaro che in questo caso non può essere applicato il gioco delle tre carte, non rispondendo al “numero verde”, ampiamente pubblicizzato, esasperando il cittadino e costringendolo a rincorrere la carota della speranza e della amara rassegnazione. Sono questi i comportamenti “culturali” che bisogna correggere.

12. In ogni caso, nel bilancio tra valori positivi e valori negativi, che spesso convivono all’interno di una cultura, Ragusa risulta essere ancora un città “corretta e vivibile”. Il cittadino registra in larga misura il concetto di rispetto degli altri, le donne sono rispettate e possono uscire di sera in piena sicurezza, il servizio comunale è accettabile, e così via.

In tutto ciò, chi scrive esprime solo “impressioni personali” che discendono da un accettabile “behavior”, espunto come concetto da un rilevabile comportamento esterno.

Tratti salienti del ragusano sono “la riservatezza”, il “non” parlare male degli altri ad altri, l’accettazione equilibrata delle novità, il rispetto delle iniziative culturali, della famiglia, delle tradizioni e della religione. Un “trend” molto interessante che rende la città saldamente legata a valori assoluti e vivibile.

13. Comunque, se il concetto di cultura è riferito alla “produzione-creazione-gestione” delle arti nobili (musica, arti figurative, scrittura, scultura, fotografia, danza, teatro, cinematografia), si può affermare che Ragusa non è più quella di settant’anni fa, quando l’economia era ancora fondata sull’agricoltura e le arti sopracitate erano coltivate solo nelle grandi città italiane. Nel caso specifico, fino ai primi degli anni Sessanta, riferito alla musica, l’unica docente di pianoforte della provincia che preparava alunni per il conservatorio era a Modica (Signora Lydia Jemmolo -Giardina), e gli unici “musicanti” erano quelli delle bande cittadine, là dove esistevano le bande cittadine.

Oggi, l’offerta di mercato, gli interessi delle nuove generazioni, le “formazioni musicali”, musicisti, pittori, scrittori poeti di valore sono tantissimi, e soprattutto non quantificabile è la richiesta di arte da parte dei giovani. Ed è segno (questo) di benessere sociale e di consolidata nuova civiltà. Lo stesso vale per il teatro, lo sport e l'atletica in generale. Basti rilevare, infine, l’attività dei “Centri Culturali”, attivi in Città, nel presentare conferenzieri, proposte letterarie, convegni, pubblicazioni di libri e mostre di fotografie di artisti locali, che hanno raggiunto riconoscimenti nazionali. Lo stesso va confermato per l’interesse che la popolazione ragusana mostra per il Teatro, e per i concerti (vedi Teatrino “Donnafugata” di Ibla in piena attività) e la nascita di numerosi gruppi teatrali,  con attività che si estendono anche all’interno delle scuole.

Si tratta di téssere di un mosaico artistico e sportivo (ciclismo, ginnastica artistica, rugby) che hanno però sempre bisogno di trovare una risposta vigile e positiva in una saggia ed oculata Amministrazione Comunale. 

Se scultori, pittori, fotografi, artisti in genere hanno bisogno di una sede, di un Auditorium, di un Teatro, o di centri di esposizione e di incontro per offrire i frutti della loro cultura agli altri, è chiaro che una Amministrazione pubblica dovrà farsi carico di predisporre le necessarie strutture là dove l’intervento sarà richiesto e sarà possibile. 

Solo così le arti nobili possono trovare una simbolica agorà, che si fa punto di convergenza e di redistribuzione culturale. Ma, perché tanto possa accadere è necessario, un dialogo onesto accompagnato da sorriso e gentilezza da parte degli addetti alla Amministrazione che gestisce il danaro pubblico, e che in questo caso lo restituirebbe ai cittadini sotto forma di servizio sociale.

Ma, perché ciò avvenga – ripetiamo - è pur sempre necessario il lievito di ogni cosa, che è la morale, l’etica sociale, la volontà di fare onestamente il proprio lavoro, di essere al servizio (non al sevizio) del prossimo. 

E questo non si realizza recandosi in Chiesa la domenica, ma si applica a partire dal lunedì mattina, nei posti di lavoro, per poter dar conto del proprio operato a "Qualcuno", proprio dei giovani nel giorno del Signore. Non è possibile insomma disgiungere politica, etica e religione. Non è possibile vivere una religione domenicale senza rapporto con il lunedì, questo perché accade non poche volte che chi è più vicino alla Chiesa sia più lontano da Dio. 

Tornando al concetto di cultura,  va tenuto presente che  su questa Terra noi tutti navighiamo in un mare tempestoso e sconosciuto. Il pericolo è rappresentato da mali terribili: gioco di azzardo liberalizzato da irresponsabili governi passati, alcol come costume e droghe, che rappresentano un vero cancro sociale non facilmente curabile. Vizi che spesso distruggono famiglie e frammenti di società.    


                                                  Gino Carbonaro

13 gennaio 2016
gino.carbonaro.italy@gmail.com






[1] Pensiamo alla memoria di Pico della Mirandola che era capace di leggere un libro una sola volta e di riperterlo a memoria senza sbagliare una parola. Per non dire che poteva anche ripeterlo dalla fine all’inizio.

2016/01/03

POESIE interessanti & Curiose

INVECCHIARE IN BELLEZZA


VIEILLIR EN BEAUTÉ 


Vieillir en beauté, c'est vieillir avec son coeur
Sans remord, sans regret, sans regarder l'heure
Aller de l'avant, arrêter d'avoir peur
Car, à chaque âge, se rattache un bonheur.

Vieillir en beauté, c'est vieillir avec son corps
Le garder sain en dedans, beau en dehors
Ne jamais abdiquer devant un effort
L'âge n'a rien à voir avec la mort.

Vieillir en beauté, c'est donner un coup de pouce
À ceux qui se sentent perdus dans la brousse
Qui ne croient plus que la vie peut être douce
Et qu'il y a toujours quelqu'un à la rescousse.

Vieillir en beauté, c'est vieillir positivement
Ne pas pleurer sur ses souvenirs d'antan
Être fier d'avoir les cheveux blancs
Car, pour être heureux, on a encore le temps.

Vieillir en beauté, c'est vieillir avec amour,
Savoir donner sans rien attendre en retour;
Car, où que l'on soit, à l'aube du jour,
Il y a quelqu'un à qui dire bonjour.

Vieillir en beauté, c'est vieillir avec espoir
Être content de soi en se couchant le soir
Et lorsque viendra le point de non-recevoir
Se dire qu'au fond, ce n'est qu'un au revoir.

 Ghyslaine Delisle

2015/12/28

Pietro Floridia Musicista modicano di Michele Giardina

Grandi del Passato
Modica: Storia & Cultura di una città


Pietro Floridia

Il sogno infranto di un musicista errante

dal libro di Michele Giardina
Siciliano Editore

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Michele Giardina


Articolo di Gino Carbonaro

Pubblicato il 26 dicembre2015
sul quotidiano "la Sicilia"


     Il passato copre i ricordi. Kronos - il Tempo - divora i suoi figli. Diventa proprio per questo un obbligo di ognuno di noi, quello di riscoprire le proprie origini, conoscere i grandi del passato, capire il perché della grandezza di quanti hanno dato lustro a una città. La nostra provincia, terra all’estrema periferia sud dell’Europa, ha da sempre custodito una sua cultura, da sempre ha avuto una sua predilezione per letteratura, poesia, musica, pittura, arte.

     Ne è prova il fatto che in questi ultimi tempi, questa terra iblea è passata agli onori della cronaca per artisti, giovani e meno giovani, di eccezionale valore, che hanno operato su una piattaforma culturale preparata da altri nel passato. Fra i pittori hanno un posto d’onore il modicano don Orazio Spadaro, i fratelli Beppe, Enzo e Valente Assenza, per citarne solo alcuni. Fra scrittori e poeti si ricordano Raffaele Poidomani, Carmelo Assenza, Nino Barone, Franco Antonio Belgiorno. Per la musica, in tempi più vicini a noi, la palma va a Lydia Jemmolo Giardina, una donna, pianista e concertista, che educò schiere di musicisti di tutta la provincia. Restando a Modica, l’attenzione va rivolta a due grossi, e non molto conosciuti compositori del passato. A Federico Borrometi (1851-1940) modicano, per anni direttore della Banda Comunale di Scicli, e soprattutto a Pietro Floridia (1860-1932), musicista che a cavallo fra Ottocento e Novecento ha operato in Italia e negli Stati Uniti d’America.

     Sino a poco tempo fa, di Pietro Floridia pochissimi sapevano della sua esistenza, e quasi nessuno aveva notizie della sua attività musicale come concertista e compositore, né si sapeva che le sue opere liriche erano state rappresentate al “Teatro alla Scala” di Milano e in tanti altri teatri d’Italia, né si aveva notizia delle sue amicizie con Brahms e Wagner. Tutto questo fino a quando un gruppo di studiosi modicani non si è incuriosito e attivato per saperne di più.
  
      Da qualche mese, però, pubblicato dall’editore Armando Siciliano, è in libreria “Pietro Floridia, Il sogno infranto di un musicista errante”, libro dello scrittore Michele Giardina, il quale, utilizzando una intensa raccolta epistolare del musicista, del padre Francesco, di amici e familiari del Nostro, ricostruisce una documentata biografia di questo interessante musicista modicano. Si svela, così, il percorso travagliato della sua vita, successi e sconfitte, ma soprattutto viene chiarito perché su di lui sia calata la coltre del silenzio.  

    Nel suo lavoro, Michele Giardina riporta fedelmente il contenuto delle lettere che il Barone Francesco Floridia, padre del musicista, da Napoli scriveva alla moglie Anna, per tenere informata lei e i familiari di quanto accadeva nel “Circo Nazionale”, uno dei tanti teatri napoletani, dove Pietro, il figlio ventunenne, lavorava per mettere in scena la “Carlotta Clepier”, il suo primo melodramma.

     Da quello che il Barone Floridia definiva “giornaletto cotidiano”, viene fuori una dettagliata descrizione su quella che è la dinamica della équipe di persone che lavorano per la “mise en scéne” di un’opera lirica. “Sessanta professori d’orchestra, altrettanti coristi, oltre quaranta comparse. Per non parlare di quello che accadeva sul palcoscenico durante i preparativi: “Una vera torre di Babele. Artigiani che non finiscono mai, operai ammassati là, ingegneri, appaltatori di scena, appaltatori del palco scenico, direttori di ballo, di quadri coreografici, ballerine dappertutto che provano e tornano a riprovare le 20, le 30 volte la stessa cosa. E poi ancora voci, grida, strimpellare di violini che sono uno strazio. Tutto è là. Sulla scena”. E poi i compromessi fra tutti coloro che spingono per avere il massimo vantaggio: “Il librettista che difende il suo lavoro, la prima attrice attenta a che la sua parte rifulga, il direttore ché la sua orchestra faccia bella figura, gli artisti che vogliono spiccare, l’impresa che ne abbia il suo più lauto tornaconto, e ancora, i giornali che pretendono abbonamenti annuali per dire bene dell’opera, i critici che pretendono qualcosa, mentre il povero Pietro, il povero Cristo in mezzo a tanti giudici, deve fare del tutto per non dispiacere nessuno”.  Tutto questo, la famiglia Floridia sopportava per lanciare il proprio ragazzo musicista alle prime armi, “Perché - continua il padre scrivendo alla moglie -  ogni carriera ha i suoi triboli”. Ma, i triboli per il nostro musicista modicano continuarono per tutta la sua vita accompagnato da guerra di interessi che lo costrinsero a combattere con Giulio Ricordi, della famosa Casa Editrice milanese, che in quel tempo monopolizzava il mondo della musica, e attacchi crudeli dovette subire dalla gelosia dei colleghi, che lo avrebbero voluto morto, al punto che nel 1904 Pietro Floridia scelte di trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Anche lì, malgrado il successo e il riconoscimento al merito, non tutto andò liscio. Invidie e gelosie sono in letargo nel DNA umano e bisogna convivere con questi.

     Il libro di Michele Giardina, scritto con una chiarezza assoluta, non parla solo di intrighi. Chi legge la storia di questo emerito musicista modicano scoprirà perché un uomo può, molte volte, non essere capace di far riconoscere i suoi meriti, la sua grandezza. Adesso si spera che dopo la pubblicazione di questo libro, di interesse storico, ma soprattutto sociologico e psicologico, si possa avere il tempo per onorare la memoria di questo certamente grande musicista modicano.    
       

                                                                     Gino Carbonaro

Il Vecchio e il mare di Ernest Hemingway

Storia ridotta

Il vecchio e il mare

                                                              di Ernest Hemingway




         Questa riduzione è tratta dal romanzo “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway, scrittore contemporaneo, premio Nobel  1954.

         Il romanzo narra la storia di un vecchio pescatore di nome Santiago, che abitava in un villaggio di pescatori  vicino all’Avana, nell’isola di Cuba, e tutte le mattine, al buio,  salpava sulla sua barca a vela dirigendosi al largo, nell’immenso oceano Atlantico.

    


         Da ottantaquattro giorni però Santiago non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo di nome Manolin, ma dopo quaranta giorni passati senza prendere pesci, i genitori del ragazzo avevano capito che il vecchio era sfortunato, e avevano mandato il figlio in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Ma, era triste per il ragazzo veder arrivare ogni sera il vecchio con la barca vuota, perciò scendeva sempre ad aiutarlo a portare le lenze o la fiocina o la vela rattoppata con sacchi di farina.

         Il vecchio aveva insegnato a pescare al ragazzo, ed il ragazzo gli voleva bene, e avrebbe voluto perciò ritornare nella barca di Santiago, perché Manolin  aveva fiducia in lui.

         Anche il vecchio aveva fiducia in se stesso, perciò non si scoraggiava, anzi voleva dimostrare a se stesso e agli altri, che già cominciavano a compatirlo, che egli non era così sfortunato come si credeva, né tanto inabile da doversi rassegnare a tirare la barca a riva. Così, pian piano, si insinuò nella mente del vecchio una idea sola, quella di vincere.

         Una mattina, il vecchio si diresse al largo lasciandosi l’odore della terra dietro le spalle, e remò nel fresco odore dell’oceano del primo mattino. Nell’oscurità Santiago sentì giungere l’alba, e mentre remava udì il suono tremolante dei pesci volanti. Poi, prima che fosse giorno chiaro, gettò le esche e si lasciò trasportare dalla corrente. Passarono molte ore, durante le quali il vecchio ebbe la compagnia di un grande uccello che planava vicino. A un certo momento, però, la lenza a poppa si irrigidì, poi si sentì un lieve strappo, poi non si sentì nulla. “Non può essere andato via – disse il vecchio – lo sa Cristo che non può essere andato via.

         "Forse sta facendo soltanto un giro. Forse ha già abboccato una volta e se ne ricorda”. Poi sentì un lieve strappo alla lenza e fu la felicità; e sentì qualcosa di forte e di incredibilmente pesante, e la lenza cominciò a scorrergli fra le dita. Si doveva trattare di un pesce enorme. Ma ora la cosa più importante era quella di fargli mangiare l’amo ben bene, in modo da farglielo entrare nel cuore, così da ucciderlo.

         Ora il pesce proseguiva con regolarità, e procedettero lentamente sull’acqua calma. Il vecchio si sentiva rimorchiato dal pesce, ed avrebbe voluto che Manolin fosse lì.

         Quattro ore dopo il pesce stava ancora nuotando, e la terraferma era scomparsa all’orizzonte. “Non importa – pensò il vecchio – posso sempre rientrare con le luci dell’Avana”. Adesso mancavano due ore al tramonto e Santiago cominciava a sentire i crampi alla mano, e avrebbe desiderato vedere il pesce almeno un momento solo, per sapere contro che cosa avrebbe dovuto combattere. Poi venne la notte e spuntò un altro giorno, ed il pesce continuava a nuotare sempre verso oriente. Santiago guardò l’orizzonte e capì sino a che punto era solo, adesso. A un certo momento la lenza si alzò lentamente, la superficie dell’oceano si sollevò davanti alla barca, ed il pesce uscì. Uscì senza fine. E l’acqua gli ricadde sui fianchi. Era lucente nel sole e la spada era lunga ed appuntita come una alabarda. Era un pesce magnifico, ed era sicuramente mezzo metro più lungo della barca. Santiago aveva visto e preso molti pesci grossi, ma non era stato mai solo. 

            Adesso, da solo, e in pieno mare aperto, era legato al pesce più grosso che avesse mai visto e di cui avesse mai sentito parlare. Ora si sentiva molto stanco, e sapeva che presto sarebbe giunta un’altra notte; perciò si riposò per quello che gli parvero dure ore, mentre l’animale maestoso continuava a trainare la barca. Si svegliò di soprassalto. Il pesce si era fermato. Era il momento. Il vecchio preparò la fiocina e si avvicinò remando lentamente al pesce. Poi alzò l’arma più alto che poté e la lanciò con tutta la sua forza. Allora il pescespada tornò in vita e si librò alto, fuori dall’acqua, mostrando tutta la sua forza e la sua bellezza.

         Più tardi, quando tutto fu finito, tirò il pesce per metterlo affiancato alla barca, in modo da legargli la testa alla prua. Passò un’ora però, prima  che il primo pescecane l’azzannasse, e quando questi si accostò al pescespada il vecchio lo colpì con tutte le sue forze. Lo squalo lasciò la preda ed affondò inghiottendo mentre moriva, ciò che aveva rubato. Aveva appena allontanato il primo pericolo quand’ecco arrivare un altro squalo il quale girò tre volte attorno alla barca, infine mise fuori il naso dall’acqua e addentò il pescespada. Il vecchio colpì lo squalo due volte nello stesso punto, ma il pescecane rimase attaccato al pesce con le mascelle chiuse; allora il vecchio lo pugnalò, girò il coltello. Lo squalo abbandonò la presa e affondò. E il vecchio disse: “Vai pure, galano, affonda per un miglio. Va a trovare il tuo amico se non era tua madre”. Poi aggiunse ad alta voce: “Devono averne preso più di un quarto, e della parte migliore”.

         Il prossimo squalo arrivò come un maiale al truogolo. Il vecchio aspettò che azzannasse il pesce e poi gli immerse a fondo nel cervello il coltello legato al remo. Ma, lo squalo fece un balzo all’indietro e la lama gli si spaccò. Ora il vecchio si mise al timone e non guardò neppure lo squalo che affondava.

         “Ormai hanno vinto loro, - pensò – sono troppo vecchio per ucciderli a mazzate, ma cercherò di farlo. Combatterò sino alla fine”. Ora era rigido e indolenzito, e le ferite e tutte le parti del corpo gli facevano male nel freddo della notte.

         Verso mezzanotte giunsero in frotta, e il vecchio riuscì a vedere soltanto le linee create nell’acqua dalle pinne. Prese a mazzate le teste e udì le mascelle serrarsi e la barca scrollata mentre gli squali attaccavano da sotto. Colpì disperatamente qualcosa che si poteva soltanto udire, e sentì qualcosa impadronirsi della mazza, e la mazza scomparve. Allora strappò dal timone la sbarra e ricominciò a sferrare mazzate con tutt’e due le mani. Ma uno giunse alla testa del pescespada, ed il vecchio capì che era finita. Abbatté la sbarra sulla testa dello squalo e colpì una, due e più volte. Lo squalo infine lasciò la presa e si staccò rivoltandosi. Fu l’ultimo squalo della schiera ad avvicinarsi. Non c’era più niente da mangiare per loro.

         Il vecchio ora respirava a stento, e sentiva un sapore strano in bocca. Sputò nell’oceano e comprese di essere sconfitto ormai definitivamente e senza rimedio. Ritornò a poppa e raddrizzò la direzione. Sentì che era dentro la corrente e vide la luce dei villaggi. Capì dov’era, e che ormai era a casa. Desiderò dormire, desiderò il letto di casa sua, e pensò che solo il letto era suo amico. Quando entrò nel piccolo porto, le luci del ristorante erano spente e il vecchio sapeva che tutti erano a letto.

         Disarmò l’albero; guardò la linea nuda della colonna vertebrale del pesce, e cominciò la salita che lo portava a casa. Nella capanna appoggiò l’albero alla parete. Nel buio trovò una bottiglia di acqua e bevette un sorso. Poi si distese sul letto e dormì profondo, e sognò i leoni africani che aveva visto nella sua giovinezza.

                                                                    Ernest Hemingway

                                                        (da Il vecchio e il mare”)